Storia della frode del contagio

In quest’articolo cercherò di mostrare che l’intero concetto di contagio (prima del “maligno”, in seguito dei microrganismi come i batteri, e infine dei virus), così profondamente radicato nella nostra società, sia in realtà frutto di una serie di manipolazioni della verità, oltre che di vere e proprie frodi scientifiche avvenute nell’epoca moderna. E cercherò di mostrare che tali inganni siano stati messi in piedi e propagandati dal potere costituito, o per raggiungere determinati obiettivi geopolitici, oppure per implementare un maggior controllo sulla società. Per le mie riflessioni mi baserò principalmente sull’ottima conferenza del biologo Stephen Lanka (il cui link integrale troverete alla fine dello scritto) oltre ovviamente, e come sempre, sulle scoperte del grande Hamer, grazie alle quali possiamo conoscere davvero come funzionano la salute e la malattia (e quindi non farci ingannare…). Andiamo però con ordine.

Il concetto di contagio delle malattie è stato inventato nell’antichità, in Europa e nel bacino del Mediterraneo. Nessun altra popolazione del mondo ha tale concetto nella sua tradizione medica. Non è presente nella Medicina Tradizionale Cinese, nè nella tradizione indiana dell’Ayurveda, nè tantomeno all’interno delle popolazioni autoctone delle Americhe, dell’Africa e dell’Australia. La prima malattia “contagiosa” di cui si ha notizia storica è quella che viene chiamata lebbra. La parola lebbra deriva dal latina lepra, che significa “squamare”, ma in molte lingue, come per esempio il tedesco, troviamo anche un termine più antico (in tedesco, Assautz, “gettare via”) che ha il significato generico di “esclusione dalla società”. Dobbiamo considerare che il contesto sociale medievale europeo, ed anche parte di quello antico, era dominato dal potere delle autorità religiose. E quasi sempre tali autorità avevano l’abitudine di dividere le malattie in malattie “sacre” e in malattie derivanti dal peccato (altro concetto tipicamente occidentale), perchè tale divisione (totalmente aribitraria) era molto utile per gestire la società: le malattie di ricchi e potenti erano etichettate come sacre, mentre le malattie di quella parte del popolo che si ribellava e non si sottometteva erano bollate come malvagie, derivanti dal peccato.

Così, una persona che presentava determinati sintomi, diversi da epoca in epoca e da
regno in regno, poteva ricevere la diagnosi di “lebbra”, cioè di “esclusione dalla società”.
La persona non poteva più nemmeno avvicinarsi ad una qualsiasi città “civile”, pena la
morte. Possiamo intuire che tali “esclusi” vivessero quasi sempre pesanti conflitti biologici,
fra i quali i più comuni erano conflitti di separazione e di attacco, che come sappiamo da
Hamer portano sintomi alla pelle (dermatiti, psoriasi, vitiligine, melanomi, ecc.). Tali conflitti non andavano mai in soluzione definitiva, perchè il reinserimento nella società per i lebbrosi era impossibile, ma solo saltuariamente in soluzione parziale, quando magari parenti e amici riuscivano a raggiungere il malcapitato per rifornirlo di beni essenziali e per dargli un po’ di conforto. La pelle dei poveri “lebbrosi”, in realtà persone senza alcun peccato ingiustamente escluse dalla società, non poteva quindi che aggravarsi ulteriormente (molteplici recidive di separazione e di attacco da familiari, amici, branco) portando a varie sintomatologie di desquamazione generalizzata. Per questo la parola lebbra è stata col tempo associata alla desquamazione della pelle.

La “lebbra” è di solito storicamente considerata come la prima malattia contagiosa, anche
se ovviamente i microrganismi, nel mondo antico e nel medioevo, non erano ancora stati
scoperti. L’illusione del contagio è probabilmente nata dal fatto che i lebbrosi, ovvero gli
esclusi, spesso si riunivano in determinati posti, per potersi il più possibile aiutare. Se una
persona di città frequentava quei posti (cosa proibita) per far visita a parenti o amici,
poteva alla fine ricevere essa stessa la sentenza di “lebbroso”, e quindi venir “contagiato”.

Nel basso medioevo (dall’anno 1000 all’anno 1492) avvennero graduali ma importanti
modificazioni di potere in Europa. Il predominio dalla Chiesa di Roma cominciò ad essere
insidiato dagli emergenti Stati Nazione, oltre che da rivolte teologiche interne. Questi nuovi poteri, tuttavia, non rinunciarono affatto al concetto di contagio, e anzi lo utilizzarono ancora di più a fini di controllo della popolazione, e per determinati obiettivi politici.

Il termine “lebbra”, usato generalmente come sinonimo di “malattia contagiosa”, venne
sostituito dal termine “peste”, che nel medioevo indicava in modo molto generico una vasta gamma di malattie gravi, che solitamente portavano alla morte. Quando si voleva colpire duramente un territorio ribelle, una città, un quartiere, determinati gruppi etnici, determinati scambi e commerci consolidati tra popolazioni che infastidivano i potenti, si dichiarava una epidemia in atto in quella specifica zona. Questo, per la popolazione di quella zona, voleva dire essere messi in quarantena, sotto chiave, portati alla fame, umiliati, avvelenati, sottoposti a qualsiasi tipo di vessazione e sperimentazione. Un terrorismo senza fine (vi ricorda qualcosa?). Ovviamente, le condizioni di vita di quel territorio portavano ad una serie infinita di conflitti possibili tra la popolazione, con poi tutte le manifestazioni sintomatiche che in seguito sono state associate alla “peste”.

Nel XVI secolo vennero inventati i primi microscopi. (Tale invenzione avvenne in parallelo
con quella dei cannocchiali, che aprì la strada ad un altra grande frode, quella
dell’astronomia, che merita però una trattazione a parte…). Col tempo i microscopi
aumentarono il loro potere ingrandente, finchè fu possibile osservare sia le cellule
costituenti gli organismi viventi, sia i vari microrganismi simbionti. Si pensò quindi, anche
qui, di fare la solita suddivisione arbitraria ed estremamente funzionale al potere: alcuni
microrganismi vennero classificati come “buoni” e altri come “cattivi”, ovvero portatori di
malattie. Il generico e immateriale concetto di contagio trovava quindi una sua applicazione concreta e materiale. Bisognava solo dimostrare che questi batteri malvagi causavano le malattie, e il gioco era fatto.

Seguendo la semplice logica, per arrivare a tale dimostrazione dovevano essere verificate, in ogni osservazione, 3 specifiche circostanze, che oggi sono conosciute come “postulati di
Koch”. Robert Koch era un biologo tedesco del XIX secolo, contemporaneo di Louis
Pasteur. Egli era un grande sostenitore della teoria patogena dei batteri. I risultati
sperimentali hanno tuttavia sempre mostrato (e dimostrano tuttora) quanto segue, in
relazione ai suddetti postulati.

POSTULATO 1: tutti i malati devono avere nel loro corpo il germe considerato causa della
malattia.
RISULTATO SPERIMENTALE: solo in circa la metà dei malati veniva rilevata la presenza
del germe

Già questo fatto dovrebbe far crollare tutta la teoria. Si risolse però il “problemino”
dichiarando che chi non possedeva il germe era un malato “atipico”…

POSTULATO 2: il germe considerato causa della malattia deve essere riproducibile in
laboratorio
RISULTATO SPERIMENTALE: solo il 2 % dei germi conosciuti è riproducibile in laboratorio, e i germi riprodotti non si comportano allo stesso modo di quando sono inseriti nel sistema corpo (ovviamente…).

Questo fatto viene semplicemente ignorato, nel passato come ora.

POSTULATO 3: se inseriamo il germe considerato causa della malattia in una persona
sana, questa deve sempre sviluppare la malattia
RISULTATO SPERIMENTALE: questa cosa non avviene MAI

Con queste evidenze sperimentali ci possiamo seriamente chiedere come sia possibile
che la teoria patogena dei germi abbia preso piede. In realtà, per salvare la sua teoria,
Koch utilizzò indegni artefici, e fraudolente interpretazioni. Cominciò ad utilizzare in modo abominevole la sperimentazione sugli animali. Essi, durante le “sperimentazioni”, venivano torturati in ogni modo, facendogli vivere una marea di conflitti, finchè i poveri animali non sviluppavano una qualche “malattia”. Ovviamente tali torture includevano l’iniezione negli animali dei batteri, e in tal modo si pretese di dimostrare che i batteri avevano causato la malattia. Non si riusciva mai, tuttavia, a far sviluppare nella cavia la specifica malattia che, secondo la teoria, era causata da quel specifico batterio. Ciò tuttavia, incredibilmente, non scoraggiò Koch. Egli scrisse nei suoi studi che i batteri iniettati nella cavia provocavano una malattia “simile” (che, come capite, vuol dire tutto e niente), e risolse così, trionfante, la questione.

Robert Koch aveva inoltre un asso nella manica. Egli fu il primo che riuscì a fotografare i
batteri. Tramite il “potere delle immagini”, diffuso nei media del tempo, riuscì a far passare le fotografie come la prova sia della esistenza dei batteri, sia del fatto che essi fossero la causa delle malattie. Quando però cercò di applicare le sue teorie per “immunizzare” la popolazione, uccise migliaia di persone, e fu quindi cacciato da Berlino e della Germania.

Ritornò in patria solo grazie a Otto von Bismark, cancelliere dell’impero tedesco, che ebbe
una pensata “geniale”. Conoscendo le teorie di Koch, pensò di utilizzarle per ottenere
vantaggi geopolitici. La Germania del tempo pativa infatti la concorrenza dell’impero
inglese, che di fatto monopolizzava i commerci con le indie attraverso l’occupazione del
canale di Suez. Utilizzando la teoria di Koch, e diffondendola come vera in tutta l’Europa,
poteva però affermare (ovviamente in modo arbitrario) che le merci provenienti dalle indie
contenessero pericolosi batteri, in grado di infettare la popolazione e causare epidemie. In
questo modo poteva imporre quarantene su tali prodotti, e finanche proibirne l’importazione. Ciò avrebbe rappresentato un duro colpo per l’economia inglese. Come vediamo, quindi, la frode del contagio è stata usata anche in passato, molte volte, a fini geopolitici, nelle lotte di potere tra nazioni.

Il corrispondente francese di Koch è Louis Pasteur. Dalla sua cricca è partita tutta la teoria
dei virus, di cui ho già parlato nel mio articolo:

https://usciredallorrore.wordpress.com/2020/03/27/il-dottor-hamer-i-virus-e-la-paura/

Dal “filone di ricerca” di Pasteur nacque l’industria delle vaccinazioni (antidoto al “veleno”, al virus), mentre del “filone di ricerca” di Koch nacquero, a partire dall’industria chimica dei coloranti, gli antibiotici e, in seguito, i chemioterapici.
Pasteur era uno scienziato disonesto, al pari di Koch. Tuttavia, e qui uso proprio le parole
di Stephen Lanka, “… era abbastanza umano da documentare i suoi inganni in diari paralleli ai suoi libri di laboratorio primari. Egli decretò che questi documenti non dovevano mai essere pubblicizzati. La sua famiglia ottenne naturalmente grandi ricchezze. Ma l’ultimo discendente maschio di Pasteur non ha ubbidito a quel decreto e ha fatto trapelare i registri all’università di Princeton. Nel 1993 il professor Gerard Geisson pubblicò un’analisi in lingua inglese che rivelò che Pasteur aveva commesso frodi massicce in tutti i suoi studi. Ad esempio, gli animali vaccinati, se sono sopravvissuti, non sono stati avvelenati, gli animali del gruppo di controllo che sono morti senza vaccini sono stati avvelenati massicciamente, e così via. Questo era Pasteur.”

La credenza nel contagio ha raggiunto così, incredibilmente, i nostri giorni. Essa è stata
enormemente potenziata da un’incessante e martellante propaganda (scuola, film, “studi”,
“dibattiti”), che dall’Europa si è espansa sostanzialmente a tutto il mondo. Inoltre si è
continuato ad inventare nuove “epidemie”, dovute (secondo quanto ci dicono ai giorni nostri) quasi sempre a “virus”: AIDS, suina, aviaria, mucca pazza, ecc. ecc., fino ad arrivare all’odierno Covid. Quasi tutti oggi credono nel contagio, e molti sono sicuri di averne “dimostrazione” nella loro esperienza quotidiana. Per esempio, in molte malattie pediatriche considerate infettive, come le malattie esantematiche, sono tutti più o meno sicuri del contagio, perchè hanno visto che spesso diversi bambini si ammalano insieme. Non si riflette però su altre evidenze. Anzitutto, se fosse vera la teoria del contagio, tutti i bambini si ammalerebbero, non solo una parte. Inoltre, non è mai possibile provocare una specifica malattia in una persona sana mettendolo a contatto con dei batteri. Per esempio, non si riesce in nessun modo a far ammalare una persona sana, bambino a adulto, di varicella, pertosse o scarlattina, a piacimento e a comando, semplicemente mettendolo a contatto col batterio corrispondente, considerato “causa”.

Chi conosce Hamer sa bene che tutta la teoria del contagio è sbagliata. In 15 anni di
osservazioni, anche quando parlavo con persone convinte di essere state “contagiate” da
qualcuno, abbiamo sempre trovato, in verità, il conflitto corrispondente, e quindi la vera
causa dei loro sintomi. Quando si ammalano diverse persone insieme, significa
semplicemente che queste persone hanno vissuto conflitti simili in seguito, molto spesso,
ad avvenimenti shoccanti comuni. Siamo stati abituati ad osservare la realtà dei sintomi
in un determinato modo, attribuendogli determinate cause, fin da quando siamo nati.
Genitori, maestri, preti, tutti ci hanno detto sempre la stessa cosa: i germi causano le
malattie. Se però abbiamo il coraggio di provare ad osservare le cose in modo diverso, e
anche l’onestà intellettuale di andare a vedere quali sono le reali basi scientifiche della
teoria del contagio, allora possiamo davvero fare un salto evolutivo. A quel punto i potenti
non potranno più prenderci per i fondelli, terrorizzarci, farci sentire in colpa, segregarci e
umiliarci per raggiungere i loro sporchi fini. A quel punto non sarà più possibile quello che
sta succedendo ora, con la farsa odierna del coronavirus (che come abbiamo visto ha molti
precedenti), con tutte le devastanti conseguenze che ancora dobbiamo vedere… Siamo
ancora molto lontani da quel punto ma, se l’umanità è davvero capace di evolversi, forse un giorno ci arriveremo.

 

Conferenza completa di Stephen Lanka:

https://www.leyesbiologicas.com/videosstefanlanka.htm?fbclid=IwAR0JEB2KOLNi11BL5GfTsgUxVaSziBkt10iV7w4-lrKQwZgNx83fX1ygV5c

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Introduzione alla Medicina di Hamer

Vista la particolare assurdità della situazione attuale, mi sembra opportuno cercare di portare la nostra attenzione e le nostre energie lontano dalle “logiche” stupide del sistema, riconnettendoci con la realtà della natura, del nostro corpo e della nostra psiche.
A questo fine, come sapete, credo che non ci sia niente di meglio della meravigliosa medicina di Hamer. Ho pensato quindi di creare un canale apposito in cui farò una serie di video divulgativi, cercando di accompagnare tutti nel mondo della NMG. Eccovi il primo:
PS: ogni commento o suggerimento è, come sempre, gradito
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La leggenda dei virus

Visto l’estremo stato di confusione, ho voluto fare un breve riassunto dei passaggi che ci hanno portato all’assurda situazione attuale:

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Una domanda per i virologi e la “scienza”

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Il dottor Hamer, i virus e la paura

Scrivo questo breve articolo dopo una pausa piuttosto lunga. Negli ultimi due anni, infatti, non ho potuto dedicarmi quanto avrei voluto alla medicina di Hamer, e alla divulgazione di altri argomenti che ritengo interessanti e importanti.

Riprendo in mano questo blog in un periodo di cambiamenti epocali nella  nostra società. Questi cambiamenti, ovviamente imposti alla popolazione, hanno come base (o scusa) proprio le convinzioni ufficiali riguardo all’eziologia delle malattie. Ci è stato detto, infatti, che un pericoloso e nuovo virus, nato (pur essendo materia morta…) da una mutazione di un virus normalmente presente nei pipistrelli, sta minacciando l’intera popolazione mondiale. Ci è stato detto che essendo un virus “nuovo”, potrebbe espandersi in modo incontrollato tra la popolazione, causando un numero imprecisato di vittime. Per questa ragione, ai fini di contenere la diffusione del virus, ci hanno imposto misure straordinarie di privazione di molte libertà personali. In pratica, ci hanno chiusi tutti nelle nostre case, e
possiamo uscire solo per fare la spesa o per esigenze mediche, con controlli militari per le strade che prevedono conseguenze penali per i “trasgressori”. Ma tutto avrà un termine, ci dicono. Quando i contagi saranno in diminuzione, gradualmente potremo dire che siamo fuori pericolo e tornare alla normalità. Questa la narrazione del sistema.

Le convinzioni sistemiche, in conseguenza delle quali è stato possibile dichiarare questo stato di polizia senza precedenti nella storia dell’uomo, sono dogmi mai dimostrati nati dalla teoria patogena dei microrganismi di Louis Pasteur. Conosciamo tutti la storia. Egli era un chimico che ad un certo punto si riciclò come biologo, e che aveva osservato con i rudimentali microscopi dell’epoca che in molti casi in cui un paziente stava male, si poteva trovare in lui la presenza di determinati microrganismi, e che tali microrganismi erano di solito assenti in chi stava bene. Formulò quindi la teoria secondo la quale l’intero stato patologico del paziente fosse causato da questi microrganismi.

Lui e i suoi seguaci, nei decenni successivi, avevano da affrontare però un grave problema: in molte malattie non si rilevava la presenza di microrganismi in azione. Si ipotizzò quindi che tali malattie fossero causate da microrganismi talmente piccoli da non poter essere visti con i microscopi dell’epoca. Gli si diede anche un nome: virus, che guarda caso significa veleno. Si aveva la certezza che in futuro la miglior definizione dei microscopi avrebbe permesso di vedere questi minuscoli microrganismi maligni in azione.

Passarono gli anni, e i microscopi in effetti diventarono sempre più potenti. Da ottici divennero elettronici. Ad un certo punto avrebbero potuto vedere anche creature 10 volte più piccole dei batteri, ma niente. 100 volte più piccole, ancora niente. 1000 volte più piccole, sempre niente. 10000 volte più piccole… attenzione, ad alcuni sembra di vedere dei minuscoli frammenti, delle cacarelle, immote, senza vita, che potrebbero essere tranquillamente frammenti causati dalla disgregazione, disidratazione e colorazione a cui i tessuti sono sottoposti per essere visti al microscopio elettronico. Va beh, in mancanza d’altro diamo la colpa a quelle cacarelle, diciamo che abbiamo finalmente visto il virus, pensarono gli scienziati. Ma, qualcuno obiettò, il virus è troppo piccolo per avere una vita biologica, non ha metabolismo, è materia morta, come possiamo sostenere che faccia qualcosa? Lo sosteniamo, risposero i capi, noi siamo la scienza, noi occupiamo tutte le riviste scientifiche, tutte le università, noi siamo l’autorità. La gente ci crede anche se diciamo assurdità. Siamo già riusciti a separare il corpo dalla mente, e a negare l’esistenza di anima e spirito, cosa vuoi che sia far credere anche questa balla dei virus? E in effetti…

La questione dei microrganismi (funghi e batteri) nostri simbionti è stata spiegata sensatamente da Hamer attraverso la quarta legge biologica. Ogni microrganismo nostro simbionte collabora con noi, e non è la causa di nessun stato patologico. Batteri e funghi, al contrario, intervengono in determinate fasi di processi speciali, svolgendo il loro indispensabile lavoro, al servizio del sistema corpo-psiche. Cellule, batteri e funghi formano un tutt’uno perfettamente organizzato. Niente prolifera nel nostro corpo senza un utilità, e senza il consenso del sistema corpo-psiche. Capite bene che in quest’ottica stare lontani dei microrganismi ed averne paura è un’assurdità.

Sulla questione specifica dei virus Hamer è stato sempre dubbioso. Inizialmente non aveva scartato la loro esistenza. Aveva osservato infatti che i tessuti dell’endoderma hanno come organismi simbionti i funghi, mentre quelli del mesoderma i batteri. Ipotizzò quindi che i tessuti dell’ectoderma, nei quali come detto non si rilevano mai batteri nè funghi, si
ricostruissero nella fase di riparazione PCL grazie ai virus. La visione di Hamer, comunque, ribaltava la prospettiva: i virus, nel caso fossero esistiti, di certo partecipavano sensatamente ai processi come batteri e funghi, e non erano quindi nè da attaccare nè da temere in nessun modo. Per questo la questione se esistessero o meno aveva per lui, credo,
un’importanza secondaria.

Con gli anni però si chiarì le idee anche su questo aspetto. Osservò infatti che le riparazioni dell’ectoderma avvenivano esattamente nello stesso modo sia che si risultasse positivi al test del virus in questione, sia che si risultasse negativi (ad esempio, nelle epatiti A B e C, ma anche non-A, non-B e non-C). Gli stessi test dei vari virus, poi, non cercavano mai il virus con il microscopio, ma ne deducevano la presenza in modo arbitrario sulla base di
supposizioni. Probabilmente, infine, anche a livello logico, ritenne un insanabile controsenso credere che materia morta, forse minuscoli pezzi di materiale genetico comunque inerte, senza vita, possano “fare” qualcosa. Si convinse quindi che l’intera questione era campata per aria e affatto scientifica, e che quindi i virus non esistono.

Potremmo chiederci allora: quella che sta avvenendo ora è un’epidemia di che cosa? All’inizio non era nulla, non c’era incremento statistico della mortalità, e senza quello non ha senso parlare di nessuna epidemia. Però si può fare terrorismo, si può dire che i pochi morti di oggi potrebbero diventare centinaia, migliaia, milioni, forse miliardi, come ci hanno fatto vedere in molti film. Si può ripetere il tam tam del terrore all’esasperazione, attraverso i media. E si può obbligare l’intera popolazione a stare in casa a tempo indeterminato, senza neanche permettergli di lavorare e guadagnarsi da vivere, lasciando tutti nell’incertezza più assoluta per il futuro. Queste condizioni, molto lontane dalla biologia ottimale, porteranno probabilmente ad un incremento di “malati”, e quindi anche ad una epidemia, questa volta reale. Potremmo dire che è un’epidemia della paura, come forse lo sono state tutte le altre “epidemie” del passato. Ma, per ora, mi fermo qui.

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L’evoluzionismo di Hamer

Le scoperte della Medicina Germanica sembrano, di primo acchito, appoggiare la teoria dell’evoluzionismo di Darwin. Osservando l’essere umano, e la vita in generale, si evidenziano infatti chiaramente vari “stadi evolutivi”, in tutte le creature. Tali stadi evolutivi si possono sempre osservare nell’ontogenesi, ovvero nel processo che dalla cellula uovo fecondata porta alla creazione dell’essere vivente adulto. E si può ragionevolmente supporre che anche la filogenesi, ovvero l’evoluzione della specie umana, abbia seguito un percorso evolutivo analogo. Riguardo al come le creature viventi evolvono, tuttavia, Hamer si differenzia chiaramente da Darwin, avvicinandosi di più alle teorie di un altro famoso evoluzionista, in realtà il primo evoluzionista, Jean-Baptiste Lamarck. E completando in modo logico, convincente e “rivoluzionario”, come vedremo tra poco, tali teorie.

La teoria di Darwin1, che è tra l’altro quella che viene insegnata nelle scuole, presenta l’evoluzionismo come frutto di “mutazioni casuali”. In pratica, secondo questa teoria, la natura continuamente farebbe “tentativi”, introducendo casualmente alcune modificazioni in una qualsiasi specie. Se queste modificazioni si rivelavano inadatte all’ambiente, e quindi uno svantaggio, l’individuo moriva e la mutazione andava persa. Se invece si rivelava un vantaggio in relazione al rapporto con l’ambiente, l’individuo viveva e trasmetteva quei determinati caratteri anche agli eredi. Ovviamente, per individuare casualmente le mutazioni giuste, la natura impiegava un numero incalcolabile di anni. Si tratta di una teoria che non è mai stato possibile provare in alcun modo, e che tra l’altro non contempla minimamente un’intelligenza nella natura e nel creato. Nella sua assurdità essa è, a ben vedere, perfettamente in linea con la mentalità che si è voluto diffondere in quest’epoca contemporanea, ovvero che non esiste intelligenza nel creato, ma solo nella mente umana.

La teoria di Lamarck2, che in realtà fu la prima teoria evoluzionistica, era già più sensata. Secondo Lamarck gli organismi, così come si mostrano in natura, sono in realtà il risultato di un processo graduale di modificazione che avviene continuamente sotto lo stimolo delle condizioni ambientali. Le leggi basilari della sua teoria sono due:

  • “legge dell’uso e del disuso”: un organo si sviluppa quanto più è utilizzato e regredisce quanto meno è sollecitato;

  • “legge dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti”: il carattere acquisito dall’essere vivente durante la sua vita viene trasmesso alla progenie.

L’esempio più comune proposto dai lamarckiani era quello delle giraffe. Perchè hanno il collo così lungo? La loro spiegazione era che la necessità di raggiungere foglie sempre più alte aveva portato, di generazione in generazione, ad un allungamento del collo. Essendo il collo costantemente sollecitato, a poco a poca si allungava, e questo allungamento veniva, in qualche modo, trasmesso anche alla prole.

Per lungo tempo la sua teoria fu contestata, perchè non sembrava vero che un carattere acquisito da un animale si trasmettesse alla sua progenie. Se un uomo, per esempio, durante la sua vita sviluppa tanto la muscolatura, questa caratteristica non sembrava affatto essere trasmessa ai suo figli. Inoltre, dopo la scoperta del DNA, per un certo periodo si suppose che esso fosse rigido e inalterabile per tutte le cellule di un individuo, dalla nascita fino alla morte. Ciò contraddiceva la nozione stessa di “carattere acquisito”, durante la vita, in seguito all’interazione con l’ambiente. Per questo si diffuse invece, ed è diffusa anche tuttora, la teoria di Darwin delle “modificazioni casuali”.

In realtà, le intuizioni dei lamarckiani erano sostanzialmente corrette. Erano piuttosto i rigidi dogmatismi dell’epoca (largamente presenti, purtroppo, ancora oggi) a non permettere un giusto inquadramento della questione. Negli ultimi anni infatti l’avvento dell’epigenetica ha portato ad una rivalutazione di Lamarck. Gli studi condotti evidenziano, in realtà, la possibilità di ereditare caratteri acquisiti dalla generazione precedente, tramite meccanismi che non intaccano le sequenze genomiche (DNA); ci si riferisce spesso a tali meccanismi come ‘eredità lamarckiana’. Lamarck, quindi, aveva ragione: doveva solo comprendere meglio il modo in cui nascevano, e in seguito si stabilizzavano, le modificazioni.

Le scoperte di Hamer hanno portato, anche in questo ambito, una rivoluzione, che purtroppo ancora in pochi accettano di vedere. Le cellule tumorali, infatti, non sono affatto cellule “impazzite” e “maligne” come si credeva, ma svolgono al contrario un importante compito quando il rapporto tra individuo e ambiente porta a situazioni inaspettate, di emergenza. E si sa che le cellule tumorali hanno un codice genetico (DNA) modificato rispetto alle cellule normali di un determinato organo.

Osservando le cose dal punto di vista hameriano, le cui scoperte si sono rivelate vere e verificabili, possiamo qui ipotizzare un completamento delle teorie evoluzionistiche di Lamarck. Se infatti avviene una qualsiasi modificazione ambientale permanente, alcuni programmi SBS potrebbero, nel giro di solo alcune generazioni, perdere il carattere di temporaneità, e diventare permanenti. A quel punto anche tutto il DNA dell’individuo sarà mutato, e avremo quello che viene chiamato “un salto evolutivo”. Ciò che si trasmette, quindi, sono quelle modificazioni dovute all’interazione sensata con un ambiente in continuo mutamento, non quelle modificazioni dovute a scelte personali di un individuo (come nel caso dell’aumento della massa muscolare).

Sulla base di queste considerazioni possiamo delineare alcune caratteristiche di quello che potremmo chiamare “evoluzionismo secondo Hamer”:

  • la vita è cominciata nell’acqua (primo utero), come affermano tutti gli evoluzionisti;

  • ogni specie vivente è in continua evoluzione, anche se i tempi di evoluzione possono essere molto diversi da specie a specie;

  • i programmi SBS offrono possibili “alternative”, o “miglioramenti” rispetto al progetto originario della specie (DNA della specie), in risposta alle mutevoli condizioni ambientali;

  • i programmi alternativi (programmi SBS) che si rivelano sempre più funzionali in relazione all’ambiente mutato, diventano nel giro di poche generazioni permanenti;

  • questi cambiamenti portano ad una modificazione del DNA e ad un salto evolutivo.

La vita è quindi in costante cambiamento e evoluzione. E anche l’essere umano, come ogni altra specie vivente, non deve essere considerato né come stabile e immutabile, come sostengono i creazionisti, né come in lentissima evoluzione a seguito di “modificazioni casuali”, come sostengono i darwinisti. Esso è invece uno specifico “progetto”, in costante interazione con l’ambiente e in costante evoluzione, proprio come ogni altro progetto (tutte le altre specie viventi).

Consideriamo il verme d’acqua, la nostra struttura ancestrale. Esso era dotato di una “pelle” adatta alla vita marina, molto sottile, simile a quella dei pesci o delle meduse. Nel momento in cui cominciava ad uscire dall’acqua, nei suoi primi “tentativi”, il verme lasciava esposta all’aria solo una piccola porzione del suo corpo, per esempio la coda, o il ventre. In questo modo gran parte del corpo rimaneva protetta dall’acqua, mentre la parte esposta subiva sicuramente un conflitto di attacco. La risposta sensata del verme d’acqua al conflitto di attacco era un ispessimento della sua sottile membrana protettiva, ottenuto tramite proliferazione cellulare. In altre parole, in quella zona esposta si formava un tumore a crescita piatta. Se a quell’epoca evolutiva fossero esistiti i medici della grande scienza moderna, sicuramente avrebbero sentenziato che quell’esemplare di verme era malato. Se però avessero aspettato un numero sufficiente di generazioni, avrebbero notato prima di tutto che questi tumori non uccidevano affatto l’esemplare, che continuava a vivere come gli altri vermi. E secondariamente che questa “modificazione” si andava espandendo sempre più, sia diffondendosi tra sempre più esemplari, sia estendendosi come dimensione. A un certo punto avrebbe visto che quasi tutti i vermi d’acqua avevano questa nuova “corazza”, e che grazie ad esse si potevano allontanare sempre più dall’acqua. I figli dei vermi nascevano già con quella corazza, che è arrivata fino a noi: oggi la chiamiamo derma.

A livello genetico, finchè la presenza della corazza rimaneva un evento saltuario, essa non era integrata nel nostro DNA. Era invece un programma Speciale Biologico e Sensato dell’epoca. Il verme d’acqua aveva sicuramente i suoi microrganismi simbionti, attraverso i quali demoliva la corazza quando non serviva più, e restava solo un intralcio inutile nel movimento acqua. Questo meccanismo “genetico” si interseca perfettamente anche con i nostri microrganismi simbionti. Essi infatti, nella fase PCL del paleoencefalo, si occupano della demolizione delle cellule tumorali. Ma come possono riconoscere le cellule da attaccare (tumorali) da quelle da lasciar lì (cellule proprie dell’organo)? Presumibilmente, proprio grazie al diverso DNA presente nelle cellule tumorali. Le cellule della corazza, a questo stadio, erano infatti ancora “tumorali”, perchè avevano un DNA modificato rispetto alle altre cellule del verme.

Quando invece l’avventurarsi fuori dall’acqua è diventato la norma, le corazze ad un certo punto sono diventate parte del nostro patrimonio genetico. La prole a questo punto nasce già con il DNA modificato, che diventa la norma, e quindi svilupperà naturalmente la corazza durante la crescita. E’ questo il momento in cui, generalmente, diciamo che è avvenuto un “salto evolutivo”.

Parallelamente ad ogni nuova struttura che il nostro corpo ha integrato, si è sviluppato un ulteriore programma SBS di emergenza, relativo a tale nuova struttura. Il derma, per esempio, è diventata la struttura protettiva di base, ma ha sviluppato nello stesso tempo un suo “programma speciale”, che è presumibilmente (con poche variazioni) lo stesso che vediamo oggi nell’essere umano. Il percorso evolutivo attraverso i programmi speciali della natura, come si vede, a livello potenziale non finisce mai.

Osservando le cose in questo modo, dal punto di vista evolutivo, che cosa sono quindi i “tumori”? Si tratta di crescita o riduzione cellulare in un determinato organo, attraverso cellule con DNA modificato. Sono quindi, evidentemente, un tentativo di cambiamento, un tentativo di evoluzione, un tentativo di dare una risposta ad improvvisi e imprevisti eventi ambientali. Certo non tutti questi tentativi vengono poi integrati nell’individuo attraverso l’evoluzione, ma solo quelli che rispondono in modo più diffuso ed efficace a cambiamenti ambientali duraturi. Vediamo comunque che, anche in quest’ambito, Hamer ci offre una prospettiva del creato davvero coerente e affascinante.

In quest’ottica, per esempio, può trovare un completamento anche l’esempio classico delle giraffe proposto dai lamarckiani. La giraffa, evidentemente, per varie ragioni di equilibrio ambientale, ambiva a poter cibarsi delle foglie di alberi molto alti. E quindi viveva frequentemente conflitti del tipo”non posso arrivare all’ambito boccone di cibo perchè sono troppo bassa”. Questo conflitto, oltre ad una svalutazione muscolare, ha attivato probabilmente anche la funzione dell’ipofisi della giraffa, portando ad un incremento locale dell’ormone GH della crescita. Il collo della giraffa si è così ingrossato, e allungato, in modo da poter raggiungere l’ambito boccone vitale. Anche qui, se un medico avesse visitato la giraffa, le avrebbe diagnosticato con sicurezza una forma grave di elefantismo al collo. La giraffa è un perfetto esempio di deformità che, nella visione hameriana, diventa il suo esatto contrario, ovvero bellezza e funzionalità.

Anche l’uomo odierno, ovviamente, è un essere vivente in evoluzione, sempre in risposta ai continui mutamenti ambientali. Se osserviamo i cambiamenti nella società e nelle abitudini di vita avvenuti anche solo negli ultimi 100 anni, ci possiamo rendere conto delle continue sfide cui il “progetto uomo” è soggetto. Le nuove tecnologie, in special modo quelle informatiche, hanno per esempio portato nuove “richieste” per il nostro corpo. L’occhio, per esempio, non era affatto abituato a fissare per la maggior parte del tempo oggetti luminosi come i televisori e i vari monitors. Poteva guardare il fuoco ogni tanto, o il sole per qualche fugace istante, però per la stragrande maggioranza del tempo osservava oggetti illuminati, non luminosi. Pensate che il nostro corpo non si stia già adattando a questa nuova situazione ambientale? Pensate che la retina di un uomo di oggi sia esattamente uguale alla retina di un uomo di 100 anni fa?

Altro esempio: consideriamo l’utilizzo del mouse, strumento usato, per svago e lavoro, diverse ore al giorno da una grande quantità di persone. Pensiamo alla posizione del corpo e del braccio che dobbiamo mantenere, e ai movimenti estremamente piccoli di polso e mano che dobbiamo controllare. Il nostro corpo si adatta facilmente a queste nuove esigenze, a livello per esempio sia muscolare che nervoso. E questo adattamento, se le necessità ambientali permarranno (uso del mouse), diventerà presto integrato nel nostro DNA.

Pensiamo anche al significativo incremento dell’uso del dito pollice e del dito indice, necessari per comandare telefonini e smartphone. Ogni paragone che un ragazzino fa col compagno in relazione alla velocità e all’abilità nell’uso degli smartphone è una possibile fonte per piccoli conflitti di svalutazione, che alla fine del processo porteranno ad un miglioramento funzionale. E un po’ lo stesso principio alla base degli allenamenti muscolari. Se poi un incremento funzionale si rivela utile per la sopravvivenza dell’individuo e della specie, allora verrà mantenuto. Se continuerà quest’era degli smartphone, quindi, dovremo aspettarci generazioni sempre più abili nell’uso di pollice e indice. E anche, presumibilmente, generazioni sempre meno efficienti in altre prestazioni muscolari, come il sollevare pesi.

Di esempi se ne potrebbero fare ancora tanti, ma credo si sia compreso il punto che volevo sottolineare. Ogni descrizione che tentiamo di fare di un essere vivente, quale è l’uomo, non può che essere un’istantanea di una situazione in perenne mutamento. E la “normalità”, concetto centrale per quasi tutti i terapeuti, non è altro che un dato statistico, una media, una astrazione che porta all’immobilismo, mentre la vita è invece in perenne movimento. Questa ipotetica “normalità” dell’essere umano viene oggi abbinata al concetto di salute solo perchè non si sono compresi i mutamenti che possono avvenire nel nostro corpo. Si è pensato che le malattie e ogni possibile alterazione rispetto alla “normalità” fossero errori di natura, da temere e da correggere al più presto, pena il degrado e la morte. Grazie ad Hamer possiamo invece vederli per quello che sono: programmi SBS, risposte sensate a situazioni impreviste, nuove opportunità evolutive.

1Charles Robert Darwin (1809 – 1882) è stato un biologo e naturalista britannico. Ha sintetizzato le sue teorie sull’evoluzione nella sua opera principale, “L’origine delle specie”, pubblicata nel 1859.

2Jean-Baptiste Lamarck (1722 – 1829), è stato un naturalista e botanico francese. Fu il primo ad introdurre il termine “biologia”, ed elaborò la prima teoria dell’evoluzione degli organismi viventi.

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Autoguarigione biologica in una società non biologica

NB: per comprendere questi articoli è necessaria una conoscenza di base delle leggi biologiche e degli studi di Hamer. Per approfondire vedi la pagina sopra.

Ultimo articolo dedicato all’auto-guarigione. Qui partirò, come sempre, dagli avvenimenti e dalle percezioni del singolo essere umano, ma estenderò poi il discorso anche al sistema familiare e al sistema sociale. L’auto-guarigione, infatti, non è un tema che possiamo pensare di affrontare in totale solitudine, separati dal resto del mondo e dell’umanità. L’essere umano è un animale sociale, nel senso che non può sopravvivere se non attraverso la collaborazione con gli altri elementi della propria specie, e con l’ambiente nel complesso. Anche il tema dell’auto-guarigione, ovviamente, risente di questa necessaria interdipendenza e collaborazione. E’ infatti difficile attivare le nostre energie di auto-guarigione se il nostro sistema familiare e quello sociale “remano contro”, cosa che in realtà, come vedremo, oggi avviene quasi sempre. E’ importante, quindi, saper riconoscere l’origine e il senso degli ostacoli che la famiglia e la società ci pongono lungo il nostro percorso di ricerca della salute.

Nell’articolo precedente ho spiegato nel dettaglio tutte la pratiche contrarie alla biologia che normalmente vengono adottate, nella società in cui viviamo, durante il parto. Abbiamo visto come, in questo modo, il naturale processo di imprinting sia stato impedito, o quantomeno fortemente alterato. Ciò ha causato in noi un primo fortissimo shock, che rappresenta il primo distacco dai processi naturali e biologici. Il mancato imprinting ci impedisce di riconoscere nostra madre come madre biologica, e ci provoca anche un primo e gravissimo distacco dalla Natura. Nasciamo deboli, indifesi, completamente dipendenti da altri, e un buon processo di imprinting sarebbe essenziale per darci fiducia in noi stessi e nella nostra specie. Quali sono le conseguenze di questo mancato imprinting?

Dalle scoperte di Hamer sappiamo che i processi fisiologici “speciali” sono innescati da shock biologici, e il mancato imprinting è sempre uno shock biologico. Il tipo di programma SBS che partirà, tuttavia, dipende dalla percezione del conflitto, non dal conflitto stesso. Per questo, nonostante praticamente tutti abbiamo vissuto la separazione dalla madre dopo il parto, non abbiamo per tutti le stesse conseguenze. Ognuno reagirà a suo modo a questa prima ferita, a seconda delle modalità precise in cui questa ferita ha avuto luogo, e anche a seconda delle predisposizioni animiche e spirituali di ognuno di noi.

Gli studi di Willi Maurer, psicologo, sono rivolti in modo particolare all’individuazione e al trattamento di questo primo shock. Dalle sue osservazioni è emersa una certa differenza tra maschi e femmine nella modalità in cui affrontiamo la prima ferita del distacco dalla madre. I maschi, infatti, tendono a reagire con rabbia a questa ingiustizia, rabbia che spesso viene sfogata in famiglia e nei primi approcci alla società. Le femmine, invece, rispondono più spesso con la sensazione di “non valere nulla”. In altre parole, il maschio, con la sua tipica tendenza a guardare verso l’esterno, tende a pensare: non mi vogliono, non sono accolto, quindi il mondo è sbagliato. La femmina, al contrario, più predisposta all’interiorità, tende invece a pensare: non mi vogliono, non sono accolta, quindi io sono sbagliata. Il maschio tenderà alla maniacalità, mentre la femmina alla depressione, ed è forse è per questo che la “saggezza” popolare indica i maschi come più “difficili” da accudire e far crescere. Tutti, comunque, ci portiamo dentro questa prima ferita.

A questo punto, per ben comprendere che cosa è avvenuto durante la nostra crescita, dobbiamo ricordarci di un concetto importante: l’imprinting, a ben vedere, non è un processo che può “non avvenire”. Come hanno da tempo scoperto gli zoologi, in mancanza (o in carenza) del naturale processo di imprinting con la madre biologica, la Natura provvede comunque a portare a termine il processo, e lo fa letteralmente “con chi si trova lì in quel momento”. La spiegazione biologica è che qualsiasi cucciolo ha bisogno di accudimento e difesa quando è appena nato, altrimenti è sicuramente destinato alla morte. Ci sono quindi più probabilità di sopravvivenza affidandosi a chi c’è a disposizione piuttosto che rinunciando del tutto all’imprinting. In questo modo, per esempio, un uomo può diventare tranquillamente la “mamma” di una nidiata di pulcini, come è stato a più riprese dimostrato da etologi e zoologi.

Visto che l’imprinting con la madre è stato impedito, con chi facciamo (o perlomeno completiamo) il processo di imprinting?

Qui si apre una modalità di interazione con la realtà che ci accompagnerà per tutta la vita: la modalità dei surrogati. Non potendo avere l’imprinting naturale con la madre, ci accontentiamo di surrogati. Così, al calore naturale del corpo della madre, sostituiamo il calore artificiale. Alla poppata naturale dalla tetta, sostituiamo il surrogato del biberon. Al contatto umano con membri della stessa specie, sostituiamo il contatto artificiale con lenzuola morbide e peluche. E così via. Fin da subito veniamo forzatamente abituati a questi surrogati, tanto che è ragionevole pensare che il processo di imprinting venga completato proprio tramite tali surrogati.

Per capire l’importanza di quanto esposto, dobbiamo riflettere sul fatto che il processo di imprinting è sostanzialmente un processo di affidamento. Il cucciolo appena nato si affida alla madre, o a chi per essa, perchè non può fare altrimenti. Colui che beneficerà del processo di imprinting, quindi, avrà anche la nostra fiducia. Facendoci nascere in quel modo, quindi, la società ha perlomeno parzialmente eroso il nostro rapporto iniziale e primordiale di fiducia con la madre e con i processi naturali. E, allo stesso tempo, ha posto le prime solide basi per la creazione di un rapporto di fiducia verso qualcosa di artificiale, ovvero i vari surrogati e coloro che ce li portano (medici, infermieri, suore, sempre persone in divisa, che ovviamente rappresentano essi stessi dei surrogati), e indirettamente verso la società, che ci fornisce tutto il bel pacchetto.

Tale allontanamento dalla natura (e dai propri bisogni naturali e biologici) è puntualmente rimarcato, poi, in molte tappe della crescita. Il bambino per esempio si accorge presto che non potrà mangiare quando ha fame, ma che dovrà rispettare orari prestabiliti. In questo modo abbiamo capito che nella società le regole vengono prima dei nostri bisogni. Per il dormire, discorso simile. Ci siamo poi resi conto, molto presto, di un altro fatto estremamente importante: se noi ci adattavamo alle regole senza protestare, ottenevamo in cambio quel briciolo di amore che i genitori erano in grado di darci. Se invece non ci adattavamo alle regole (e ai surrogati), se facevamo i capricci, perdevamo anche quel poco di amore, e ciò era insopportabile, perchè senza amore non si vive. Ci siamo così adattati, e chi più chi meno siamo diventati bravi bambini, e in seguito bravi cittadini, rispettosi delle regole.

Osserviamo la nostra vita durante la giovinezza, e poi in età adulta: non è stato tutto un susseguirsi di surrogati? I regali, i giochi, il cibo, tutto ciò che si può comprare con i soldi, diventava sempre, in una certa misura, un surrogato dell’amore dei genitori, in particolare del loro tempo e della loro attenzione. E anche noi abbiamo imparato ben presto ad utilizzare questi surrogati, sia per dare un minimo di appagamento ai nostri desideri, sia per “appagare” i desideri degli altri. Siccome i bisogni biologici di riconoscimento e di appartenenza non sono stati soddisfatti, impariamo ad accontentarci di “alternative”. Così compriamo automobili, vestiti, gioielli, oggetti tecnologici, e così via, per avere un surrogato dell’amore che ci è mancato. Oppure aderiamo ad organizzazioni e a “ideali” di vario tipo, così da poter soddisfare, almeno in parte, il nostro bisogno di riconoscimento e di appartenenza. (citerei qui due canzoni che mi sembrano significative nel descrivere tutto ciò, “Working class hero” di John Lennon e “Society” di Eddie Vedder)

Anche in materia di salute, l’influenza della società non si limita certo al distacco successivo al parto. Fin dall’inizio delle nostre vite, il sistema sociale ha la tendenza costante ad allontanarci dalla saggezza della natura. Prima ostacola il naturale e sano formarsi del nostro sistema immunitario (possibile grazie all’imprinting e alla suzione del primo latte materno, il colostro), poi ci propina insensate pratiche come vaccini, ufficialmente proprio per “rafforzare” il sistema immunitario. Ma i vaccini in verità sono pezzi di organi interni di vari animali mischiate con residui di metalli, iniettati direttamente nella nostra energia vitale (il sangue), sulla base di teorie sviluppate un secolo e mezzo fa, e mai dimostrate. Pensate che questa pratica totalmente non-biologica ci renda più forti e sani? Da bambini siamo poi stati soggetti ad eccessive norme igieniche, quasi asettiche, e un controllo eccessivo e una esagerata “paura” dei pericoli hanno impedito (o ridimensionato) le piccole ferite che i bambini normalmente si fanno, essenziali per completare il nostro corredo immunitario in relazione all’ambiente in cui viviamo.

Quando poi arriviamo a scuola, comincia il lavaggio del cervello intellettuale. Tutte le pratiche “tradizionali” sono sistematicamente denigrate, trattate come frutto di credenze che poi, con la meravigliosa scienza attuale, si sono rivelate infondate. La saggezza curativa delle erbe, per esempio, è stata completamente dimenticata in favore dei farmaci in pastiglia (altro surrogato). E soprattutto si instilla nella mente degli alunni una insidiosissima sfiducia, ovvero che il corpo, come ogni macchina, possa guastarsi, andare in tilt, comportarsi in modo insensato. E ovviamente, in tutti quei casi è essenziale recarsi immediatamente dal dottore (che è un surrogato di Dio, in una società in cui, come diceva giustamente Nietzsche, Dio è morto).

Da adulti il sistema sociale molla un po’ la presa in materia di salute, dato che si è già impadronito delle nostre menti. A quel punto siamo noi stessi a porre più fiducia nei surrogati che nella natura. Le credenze errate in materia di salute vengono comunque periodicamente ripetute, spacciandole per verità consolidate e mai messe in discussione, attraverso i media, l’informazione, la pubblicità, l’intrattenimento. Per rendere minimo ogni spazio di risveglio, la società ha poi messo in piedi un sistema lavorativo che occupa gran parte del nostro tempo, e delle nostre energie. E il sistema lavorativo creato ha esso stesso caratteristiche molto poco biologiche, sia in termini di orari lavorativi sia in termini di mansioni. Quale animale lavora 8-10 ore al giorno, in orari fissi e indipendenti dalle stagioni, facendo sempre lo stesso compito? Quale essere vivente e vitale vorrebbe farlo? Da una parte la società non adatta neanche in minima parte l’orario di lavoro (ma anche di studio) con i ritmi naturali, dall’altra ci obbliga ad assurdità come l’”ora legale”: piuttosto che cambiare gli orari di lavoro, si cambia l’ora. Ci rendiamo conto? E anche in termini di mansioni lavorative, dalla rivoluzione industriale in avanti esse sono diventate sempre più ripetitive e robotizzanti, lontane dall’intelligenza e dalla vivacità necessarie per vivere nella natura.

Tempi e modalità di lavoro così alienanti, e credenza errate consolidate, ci impediscono anche, nel momento in cui creiamo una famiglia, di comportarci in modo diverso dai nostri genitori. In effetti l’essere umano sembra avere una curiosa tendenza: se ha subito un’ingiustizia, quando ne ha l’occasione tende a perpetuarla. Mi viene in mente per esempio il nonnismo nelle caserme, in cui le reclute subivano ogni tipo di umiliazione, e che poi infliggevano loro stessi le umiliazioni alle nuove reclute una volta diventati “nonni”. O anche il caso dei pedofili, che molto spesso sono stati essi stessi vittime di abusi da bambini. In egual modo, mi sembra, i genitori tendono inconsciamente a voler far passare ai propri figli lo stesso inferno che hanno passato loro. Arrivano a pensare: è solo questo il modo in cui “si diventa grandi”. Così obbligano il bambino al distacco e all’indipendenza quando è ancora troppo presto, salvo poi (molto spesso al giorno d’oggi) subissarlo di attenzioni e controlli esagerati quando invece è già più grande, e avrebbe bisogno di maggiore indipendenza. Un vero pasticcio.

Da tutto questo discorso si possono comprendere le situazioni di tensione e rabbia repressa che si respirano in quasi tutte le famiglie. Di base abbiamo tutti un celato ma profondo risentimento nei confronti di nostra madre, che ci ha abbandonato appena è stato fisicamente possibile, e proprio nel momento in cui avevamo più bisogno di lei. Questo odio latente viene in parte poi mitigato se l’ambiente familiare in cui cresciamo è a suo modo amorevole e accogliente. Se invece anche crescendo non facciamo che rivivere in famiglia quella sensazione di abbandono e di distacco, molto difficilmente potremo rimanere sani, sia fisicamente che mentalmente.

La società ci ha inoltre, come abbiamo visto, portati fin dalla nostra nascita ad avere sfiducia e misconoscenza verso la natura, e al contrario ad avere fiducia e riconoscenza verso la società civilizzata. Tutto ciò che la natura fa di buono, come ad esempio guarire le nostre ferite, non viene minimamente considerato. Si presta invece tutta l’attenzione al disinfettante, e al cerotto, come se fossero loro a “fare il lavoro”. Allo stesso modo, quando si sta male si è convinti che chi fa il lavoro “buono” siano solo i medici e i farmaci, mentre le capacità rigenerative e curatrici del nostro stesso corpo sono state, sempre di più, disconosciute e misconosciute. A cosa ci ha portati tutto ciò?

La sfiducia nella natura, la mancata conoscenza dei processi naturali, un parto e una crescita non biologici, hanno fatto perdere tutte le certezze naturali all’essere umano moderno e civilizzato (a cominciare da quella in Dio), lasciandolo alla costante e disperata ricerca di certezze surrogate: un’autorità a cui aderire, e un posto da occupare nel “sistema”. Ma è proprio questo bisogno potente di “approvazione ufficiale” a rendere impossibile il riconnettersi dell’uomo con la natura, perchè tutto ciò che è ufficiale è stato studiato apposta per allontanarci da essa. Anche molti di coloro che studiano e provano ad applicare Hamer cadono in questo errore, causato principalmente dal loro bisogno infantile di autorità (che ovviamente non sanno riconoscere). Non gli basta che la NMG sia vera, e verificabile decine di volte al giorno da chiunque. Cercano continuamente una “struttura” a cui appoggiarsi, ed “esperti” a cui fare riferimento: se non è il sistema medico ufficiale, dovrà essere almeno una scuola in qualche modo “riconosciuta dal sistema”. Non hanno ben osservato e compreso la storia di vita del dottor Hamer. Non si rendono conto che il sistema riconosce solo ciò che è funzionale ai suoi obiettivi, che sono (ormai è evidente) allontanarci dalla natura e dalla reale comprensione della realtà. Il lavoro di riconoscimento ufficiale delle leggi biologiche si accompagna sempre, più o meno inconsciamente, al lavoro di manipolazione del messaggio originale, e quindi porta ad un graduale allontanamento dalla verità della NMG. Solo riprendendo la piena responsabilità delle nostre conoscenze e delle nostre scelte, senza delegare tutto ai molteplici “esperti” che il sistema ci offre, possiamo arrivare ad una vera comprensione della salute, ed attivare le nostre vere energie di auto-guarigione.

La società ha messo in piedi, a ben vedere, una serie di circoli viziosi, che in vario modo ostacolano la nostra reale comprensione, in special modo nel campo della salute. E anche in relazione alle “malattie”, chi ha compreso le scoperte di Hamer sa che le situazioni più spiacevoli e difficili molto raramente sono frutto di un singolo “errore”, quanto piuttosto di “errori reiterati”, e quindi di circoli viziosi. Non ha caso si dice: errare è umano, perseverare è diabolico. Ciò vale sia per l’essere umano che per la società. Appare evidente che, per provare ad uscire dai circoli viziosi, sia personali che “sociali”, dobbiamo anzitutto essere in grado di riconoscerli.

Spero con questa serie di articoli di avere dato spunti interessanti sia in “positivo” (primi due articoli) sia in “negativo” (ultimi due) sul tema affascinante dell’auto-guarigione. Si tratta ovviamente solo di una piccola parte delle riflessioni che si potrebbero fare. Qualunque intervento che si vorrà fare, o domanda che si vorrà porre, sarà ben accetto e potrà costituire ulteriore motivo di approfondimento. Per esempio, una domanda interessante potrebbe essere: perchè la società fa così? Perchè combatte sempre (e con ogni mezzo) chi comprende la saggezza e il funzionamento intimo della Natura e della vita, portando invece sugli allori ciarlatani che raccontano da sempre menzogne e idiozie “ben” mascherate? Chi c’è, in realtà, in cima alla nostra società?

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I traumi della nascita e del primo anno di vita

NB: per comprendere questi articoli è necessaria una conoscenza di base delle leggi biologiche e degli studi di Hamer. Per approfondire vedi la pagina sopra.

In questo terzo articolo sull’auto-guarigione vorrei analizzare alcune particolarità che distinguono l’essere umano dagli altri organismi viventi, sia a livello di costituzione fisica, sia a livello di consuetudini sociali. Evidenziare queste particolarità è secondo me utile per comprendere appieno alcune importanti difficoltà nell’applicare la medicina di Hamer a noi esseri umani. L’argomento è molto ampio, ma in questo articolo vorrei soffermarmi su quelle particolarità che portano, io credo, maggiori difficoltà alla naturale capacità di auto-guarigione di cui disponiamo, difficoltà di cui è bene avere conoscenza e coscienza. Nei primi due articoli ho parlato delle potenzialità positive aperte dalle scoperte di Hamer, mentre qui emergeranno alcuni importanti ostacoli che possiamo incontrare nell’applicazione della NMG, in particolare nel contesto sociale in cui siamo cresciuti e in cui viviamo. Ho diviso l’articolo in due parti: qui mi concentrerò di più sulla persona, mentre nel prossimo articolo estenderò il discorso alle masse e al sistema sociale.

Cominciamo da una constatazione: si ha spesso la sensazione che le leggi biologiche, meravigliosamente in grado di creare armonia, cooperazione e bellezza tra tutte le forme del creato, abbiano incontrato nell’essere umano una serie di “intoppi”, che rendono la nostra esistenza in questa realtà piuttosto faticosa e complessa, molto più di quella degli animali e delle piante (vi ricordate, per esempio, la bellissima canzone “Cervo a primavera” di Riccardo Cocciante?). Certo, si potrebbe rispondere, l’essere umano ha una mente auto-cosciente, che non è presente nella altre forme di vita a noi note, ed è la mente cosciente a creare questa complessità. Tutto ciò è indubbiamente vero. Ricordiamoci però anche del fatto che l’essere umano, proprio in conseguenza della sua mente “cosciente”, ha creato un ambiente di vita (la cosiddetta società) che si è in molti aspetti allontanata dalla sensatezza biologica. E ogni allontanamento dalla sensatezza biologica comporta inevitabilmente uno squilibrio nel complesso mente-corpo, il quale poi cerca, a modo suo, di adattarsi alla situazione, attraverso un percorso sempre legato alla sofferenza.

Tra i molti aspetti contrari alla biologia presenti nella nostra società, i più importanti sono indubbiamente quelli legati al modo in cui veniamo al mondo (gestazione, nascita e primi anni di vita). Chi ha approfondito la medicina di Hamer, soprattutto ampliandola con l’universo delle costellazioni schizofreniche, si è reso conto ben presto che molti dei conflitti “abituali” che noi viviamo durante la crescita ed in età adulta non sono conflitti “nuovi”, ma recidive di gravissimi conflitti patiti quando eravamo molto piccoli. Gli psicologi si sono accorti da tempo che un grave evento conflittuale è tanto più difficile da “trattare”, e da portare alla luce cosciente, tanto più è avvenuto indietro nel tempo. Particolarmente importante sembra quindi essere quel lasso di tempo che alcuni chiamano periodo primale, situato tra il concepimento e il compimento del primo anno di vita. Andando ancora più nel dettaglio, l’evento sicuramente più impattante per la nostra vita è il parto. Analizziamo questo evento nel dettaglio.

Come veniamo a questo mondo? In modo bio-logico? Disgraziatamente, dobbiamo renderci conto che il parto, nella nostra società, è quasi in tutto contrario alla sensatezza biologica. Osservando con occhi bio-logici, notiamo senza ombra di dubbio che, di solito, viene sbagliato praticamente tutto: la posizione, la situazione, la modalità, e anche tutto ciò che si fa nei momenti appena successivi alla nascita.

E’ sbagliata la posizione, perchè la posizione naturale sarebbe quella accasciata, in modo tale che la gravità favorisca la fuoriuscita del bambino. Tutti gli organi interni, l’intero corpo della donna è adattato per favorire il parto in questa posizione. Noi cosa facciamo invece? Parto con le gambe all’aria. I motivo? L’unico che mi viene in mente è che, probabilmente, il grande dottorone non può “abbassarsi” fino a terra, deve avere il suo “lavoro” comodo, all’altezza giusta, con una giusta e comoda visuale per lui, non per la donna. Questa grande assurdità nella scelta della posizione del parto non è casuale: il messaggio, più o meno inconscio, è che il dottore è più importante della donna, che è lui, e non la donna, a far nascere il bambino. Primo punto di un concetto che riprenderò nel prossimo articolo.

E’ sbagliata la situazione, perchè il parto naturale è un evento intimo, che ogni specie animale sceglie di vivere il più possibile appartata e in solitudine. Il motivo è evidente: il parte è sicuramente un momento di debolezza per l’animale, un momento in cui la vulnerabilità rispetto ai predatori è massima. La madre è stanca, i piccoli non hanno i mezzi per difendersi. La madre quindi cerca in ogni modo possibile di non farsi vedere da nessuno, o al limite soltanto da componenti fidati del branco, come i propri consanguinei. Noi invece, negli ospedali, abbiamo una miriade di occhi estranei puntati sulla madre: non solo dottori e infermieri, ma anche tutti i macchinari vengono inconsciamente considerati come occhi che guardano, e quindi mettono in allarme la donna. Certo, a livello conscio la donna può dire che si sente tranquilla con tanta gente competente intorno, ma la biologia, come sappiamo, farà sentire comunque la sua voce.

E’ sbagliata la modalità perchè, quasi sempre, non si permette un parto naturale, e lo si inficia con iniezioni varie, fino al limite del cesareo. D’altronde, avendo sbagliato posizione e situazione, è anche difficile che avvenga un parto naturale senza problemi. Può sembrarvi un esempio sgradevole, ma quanti di voi riuscirebbero ad andare di corpo (altro evento “intimo”, anche se non a livello del parto) in quella posizione (con il sedere per aria), osservati da molte persone che ci incitano dicendo “spingi, spingi”, in un ambiente freddo e molto luminoso, con macchinari tutto intorno che monitorano il nostro tratto intestinale e che fanno bip bip? Sarebbe un cosa agevole come quando siamo soli a casa nel nostro ambiente e nella posizione giusta? O magari avremmo “qualche” difficoltà, che ci farà magari sentire il “bisogno” di una spinta farmacologica?

Interferendo con il parto naturale, si inficia anche, in varia misura, l’importantissimo processo di imprinting, valido ovviamente anche per l’essere umano. Si tratta di un processo ancora non del tutto conosciuto, che però sicuramente coinvolge i due organismi (madre e figlio) nel loro complesso, a livello principalmente ormonale e sensorio. E’ una sorta di magia, che se avviene nel modo previsto porta al completo riconoscimento reciproco tra madre e figlio, e se invece viene in varia misura alterata porta ad un riconoscimento non completo, e quindi ad un vuoto.

Appena dopo il parto, di solito, si taglia il cordone ombelicale, impedendo al nascituro di sintonizzarsi con calma alla nuova realtà, mantenendo per qualche tempo ancora il vecchio cordone. Altra pesante interferenza nel processo di imprinting… Infine il bambino viene dato in braccio alla madre per qualche tempo, poi viene portato nelle nursery perchè la madre deve riposare. Così noi tutti (o quasi) ci siamo ritrovati, a breve distanza da una nascita già di per sé tutta sbagliata, in un lettino metallico senza nessun contatto caldo ed umano, senza la possibilità di sentire un battito di un cuore, sotto una luce innaturale, coperti da tessuti innaturali, con attorno esseri indifesi come noi che piangono disperati, soli in un mondo orribile. “Che bella questa vita”, abbiamo sicuramente pensato tutti, vero?

Pensiamo veramente sia possibile passare indenni da tutto ciò, senza patire conflitti tanto gravi da condizionare l’intera nostra esistenza? Questi shock biologici, patiti a causa del distacco dalla madre subito dopo il parto, sono tanto più gravi se si considera un altro fatto: l’essere umano non nasce del tutto pronto, sicuramente meno pronto rispetto agli altri mammiferi. Tutti i piccoli di mammiferi, per esempio, alla nascita sono già in grado di muoversi, molti persino di stare già in piedi e camminare. Anche la medicina ufficiale ammette che la formazione dell’essere umano, in particolare per gli apparati motori e sensori e per il tratto intestinale, si completa durante i primi nove mesi di vita. Questi ulteriori nove mesi (oltre a quelli passati nella pancia) sembrano essere una seconda gestazione, necessaria per l’essere umano al fine di uno sviluppo sano. Quale sarebbe, quindi, il modo biologicamente sensato di vivere questi nove mesi?

Lo psicologo Willi Maurer, nel suo libro “La prima ferita”, descrive come vivono abitualmente il periodo primale alcune tribù “primitive” ancora sparse per il pianeta. Si sofferma in particolare sulla tribù dei Kikiyu, nell’Africa Orientale, perchè essi sembrano seguire la prassi migliore. In questa tribù, oltre ovviamente ad un parto naturale (come ogni altra tribù “primitiva) che permetta l’imprinting, il nascituro viene posto a contatto con la madre subito dopo il parto, e tale contatto rimane costante, senza nessuna interruzione, per i successivi nove mesi. Il bambino viene costantemente portato in braccio dalla madre, durante lo svolgimento di tutte le sue attività domestiche. Quando ha fame, si attacca alla tetta, senza aspettare il permesso (e i tempi) della madre. Quando ha sonno, si addormenta tra le sue braccia. Quando deve liberarsi (cacca e pipì), dà alcuni piccoli segnali che è possibile riconoscere: la madre lo allontana provvisoriamente da lei, evitando così anche di sporcarsi. Passati i nove mesi, il bambino comincia naturalmente a volere, per brevi periodi, staccarsi dalla madre, e lo fa cominciando a gattonare. A un anno il bambino cammina e può esplorare il mondo, ed inizia ad aggirarsi non lontano dai genitori, sempre presenti e in vista.

Questo modo di nascere e crescere biologico porta ad almeno due conseguenze, che possono apparire sconvolgenti. Prima conseguenza, tutti gli adulti in quella tribù si ricordano del primo anno di vita, passato costantemente in braccio alla madre. E sono ricordi meravigliosi, di estasi. Perchè, allora, noi non ci ricordiamo niente di ciò che ci è successo fino a circa 3 anni? Forse perchè al posto dell’estasi prevista da madre natura abbiamo passato una serie di shock gravissimi, rimossi dalla nostra memoria cosciente con il noto meccanismo di difesa? Seconda conseguenza: nessun bambino è “capriccioso”. Non si sentono mai i pianti disperati tipici dei nostri bambini di ogni età. I piccoli si aggirano attorno ai grandi, imitandoli, ma mai infastidendoli. I grandi compiono le loro mansioni in serenità, sempre con attorno i piccoli, i quali solo raramente li “disturbano” con qualche domanda o richiesta. Scontri, malattie, nervosismi, in quella tribù sono ridotti al minimo. Tutti appaiono soddisfatti, cooperativi, contenti del proprio ruolo, felici. Ovunque regna armonia.

Il paragone con l’odierna società civilizzata è impietoso: qui ovunque regna l’egoismo, la competizione serrata e insensata, il piangersi addosso, il non prendersi alcuna responsabilità, la mancanza assoluta di “senso della vita”, l’infelicità. Pensiamo che questa caratteristiche dell’uomo moderno siano nate dal nulla? O, forse, sono in qualche modo legate alle modalità in cui tutti nasciamo e cresciamo? La psicologia ha già intuito questi collegamenti, però le manca la bussola della sensatezza biologica per arrivare a conclusioni più coerenti, e anche a modalità terapeutiche più efficaci per guarire le ferite patite.

Spero che l’importanza di quanto esposto in rapporto all’auto-guarigione “secondo Hamer” sia ora evidente. Anzitutto, ci sono chiare difficoltà diagnostiche nel momento in cui ci troviamo di fronte a recidive di un conflitto avvenuto nel remoto passato rispetto a quando il conflitto è “nuovo”, difficoltà che vanno tenute in considerazione. Avere coscienza degli shock vissuti nel periodo primale è poi utile nell’analisi di vari disagi “psicologici”, che anche conoscendo Hamer sembrano difficilmente comprensibili, e quindi accettabili. Tenendo invece in debito conto i gravi shock da noi vissuti quando eravamo molto piccoli (a volte, anche nella pancia della mamma) forse possiamo anche capire meglio alcune nostre note caratteriali, debolezze, particolari sensibilità, ma anche particolari meschinerie. Nel prossimo articolo analizzerò più nel dettaglio la questione, estendendola con considerazioni sociali e antropologiche.

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Cosa pensiamo quando compare un sintomo?

NB: per comprendere questi articoli è necessaria una conoscenza di base delle leggi biologiche e degli studi di Hamer. Per approfondire vedi la pagina sopra.

Secondo articolo sul tema dell’auto-guarigione. Vorrei qui proporre alcune riflessioni riguardanti l’interpretazione dei sintomi che ci possono capitare: dolori, malesseri, alterazioni cutanee o gonfiori vari. La domanda centrale è: quali sono i nostri pensieri quando, nella nostra vita più o meno “sana”, sopraggiungono questi sintomi? Anche qui, ovviamente, le scoperte di Hamer portano una vera e propria rivoluzione. Per comprenderne appieno la rilevanza, proviamo ad analizzare due differenti scenari. Nel primo scenario la persona-tipo non conosce Hamer, ed è ancora convinta dell’esattezza di tutte le ipotesi della Medicina Ufficiale. Nel secondo scenario la persona-tipo conosce invece Hamer.

Partiamo dal primo caso. Cosa succedeva normalmente, prima di Hamer, nel momento in cui avvertivamo un qualsiasi sintomo “anomalo” nel nostro corpo? Finchè si trattava di malesseri o dolori passeggeri, di piccola durata o entità, di solito non ci davamo troppo peso, considerandoli normali. Anche se ci capitava qualche giorno in cui ci sentivamo stanchi, o poco affamati, o febbricitanti con tosse e raffreddore, di solito liquidavamo il tutto con “mi son preso quel malanno o quel virus”, pigliavamo qualche aspirina o qualche altra medicina di moda in quel momento, e dopo qualche giorno ci sentivamo di nuovo bene.

Non sempre però le cose filavano così lisce. A volte il periodo di stanchezza durava più del previsto, oppure la febbre era “troppo” alta, o i dolori “troppo” forti, o quel gonfiore apparso era diventato “troppo” grande e brutto. In quei casi scattava qualcosa in noi, che ci insinuava che quei disagi non si sarebbero “risolti da soli” come i piccoli malanni, e che al contrario, se non si interveniva subito chiamando il medico, i sintomi sarebbero stati sempre peggiori. A quel punto eravamo convinti di avere una mal-attia, ovvero che un qualche tipo di male si era insinuato in noi. E il maligno, si sa, se viene lasciato agire indisturbato, porta alle più turpi conseguenze. Solo seguendo i consigli dell’esperto/esorcista (il medico) avremmo potuto estirparlo, e tornare sani. Altrimenti, il male si sarebbe sicuramente in qualche modo propagato, portandoci a dolori e disagi sempre più forti, perdite funzionali sempre più ingenti, e infine alla morte. In misura maggiore o minore, eravamo tutti convinti di questo.

Cosa succede invece se conosciamo Hamer? Cosa pensiamo nel momento in cui rileviamo un sintomo importante?

La prima domanda che possiamo porci è: siamo forse in conflitto attivo? Perchè in quel caso la priorità dovrebbe essere quella di risolvere il conflitto. Ora, è vero che esistono alcuni dolori e disagi che possono capitare nella fase di conflitto attivo. Ne sono un esempio l’ulcera gastrica, o determinate variazioni del tasso di glicemia. Anche in questi casi eccezionali, tuttavia, difficilmente ci dichiariamo “malati”, perchè nel complesso siamo attivi, anche se magari stressati. Quindi, specialmente in questa società in cui attività sembra diventato sinonimo di benessere e salute, sopportiamo di solito questi piccoli disagi e dolori della fase CA, non considerandoli quasi mai sintomo di mal-attia.

La maggior parte dei sintomi (dolori e malesseri) cominciano a partire dalla conflittolisi, ovvero fanno parte della fase di riparazione. Nella fase PCL-A possono in effetti arrivare, gradualmente, dolori anche intensi, e malesseri di vario tipo. Questa fase, se molto intensa e di lunga durata (più di qualche giorno), ci faceva sempre concludere, prima di Hamer, che eravamo preda di una qualche mal-attia. Se non facevamo niente per contrastarla, eravamo convinti che sarebbe sempre peggiorata. Se invece conosciamo Hamer, il primo pensiero che dovrebbe venirci in mente è: “Bene, vuol dire che ho risolto il conflitto, ora devo solo accompagnare al meglio la fase di riparazione, evitando recidive”. In queste prime fasi, è importante non accanirsi nel voler comprendere ogni aspetto del programma (o dei programmi…) SBS in atto. Non si deve pensare “se capisco tutto allora Hamer ha ragione, altrimenti ha torto”, perchè anche se si ha una conoscenza approfondita della sua medicina a volte, quando stiamo male, non siamo sufficientemente lucidi per capire ogni aspetto di ciò che ci sta succedendo. Spesso bisogna avere un po’ di pazienza, e quando staremo meglio tutto diverrà chiaro.

E’ importante, durante qualsiasi fase di riparazione, seguire il diktat della natura che ci impone in tutti i modi di restare a casa, ovvero passare la fase PCL in un luogo in cui ci sentiamo protetti e accuditi. In questo modo si evita il conflitto del profugo, che porta, se attivato in questa fase, a sgraditissime conseguenze (dolori più forti, gonfiori più ingenti, malesseri più debilitanti). E’ importante anche, ovviamente, evitare per quanto possibile eventuali recidive. Se infatti continuiamo a recidivare un conflitto mentre è nella fase PCL-A impediamo la corretta conclusione del programma SBS, e di fatto rendiamo in una certa misura “cronico” il nostro disagio.

Quando siamo doloranti nella fase PCL-A, in quei giorni in cui abbiamo la sensazione di “non migliorare”, ci può essere utile pensare ad un fatto: decine di migliaia di osservazioni, effettuate sia da Hamer che da chi in questi decenni ha applicato la sua medicina, hanno fatto concludere che la durata massima della fase PCL-A è di 21 giorni (in assenza, ovviamente, di recidive). E’ come se la Natura avesse posto un ben preciso limite temporale alla fase più sintomatica, e quindi difficile, del programma SBS. La Natura non vuole che gli esseri viventi stiano male troppo a lungo. Anche la febbre, spesso presente in questa fase, ha il significato di velocizzare i processi di riparazione, in modo da rimetterci in forma il più in fretta possibile. Teniamo poi presente che 21 giorni è il limite massimo previsto dalla Natura, per conflitti di gravissima entità e di lunghissima durata nel tempo. Normalmente, la fase PCL-A, quella in cui ci sentiamo “sconfortati” e non notiamo alcun miglioramento, non dura più di 6/7 giorni.

Parliamo ora di un tema secondo me molto importante, la percezione del dolore. Prima di Hamer, il dolore era sempre interpretato come un segnale che qualcosa, nel nostro corpo, non andava. Quando appariva, quindi, la nostra reazione era subito di rifiuto, di fastidio e di preoccupazione. Credo proprio che già questa usuale reazione, che tutti avevamo, rendeva il dolore più intenso. E’ come se già qui partisse un primo, ancestrale conflitto del profugo: visto che mi è arrivata questa maledizione incomprensibile per me, mi sento ancora più solo nell’Universo. Mi rendo conto che sono staccato dal mio corpo, dalle leggi della Natura, e anche dal Creatore. Difficile stimare l’entità di questo primo conflitto ancestrale del profugo, potrebbe anche essere molto ingente. In effetti osservando gli animali nel loro habitat, i quali ovviamente non patiscono questo conflitto di “distacco dalla natura”, non sembrano patire praticamente mai forti dolori per lungo tempo.

Conoscendo Hamer via via questo primo conflitto del profugo si può attenuare. Ed avendo l’accortezza di restare “a casa” quando siamo in fase PCL, anche l’usuale conflitto del profugo sarà il più ridotto possibile. Rimane un po’ di dolore, ok. Ma continuamente possiamo pensare: che cos’è questo dolore? Cosa mi sta comunicando il corpo? Bene, possiamo pensare, ho capito il messaggio. Su quella gamba, in questo momento, è meglio che non cammino troppo, su quel dente è meglio che non mastico forte, in quella pancia è meglio se non faccio entrare una peperonata, e così via… Pensando così, dimostrando al corpo di aver capito il perchè del dolore, lo si può attenuare ancora un pochino.

Se a quel punto il dolore è accettabile, lo si tiene come buon segnale di riparazione, e ci si dedica ad altro. Se invece dà ancora troppo fastidio, e ci limita magari anche nel dormire, possiamo ricorrere a rimedi e pratiche di vario tipo. Ognuno sceglierà i rimedi e le pratiche che preferisce, in base alle sue credenze e alla sue esperienza personale. Però a questo punto si agisce su un processo (programma SBS) che è realmente ingente e degno di una certa attenzione, non un processo da nulla ingigantito dalle nostre paure e dalle nostre errate credenze. Inoltre l’”agire terapeutico” sarà solo l’ultimo passo di un percorso, non il primo. E non sarà comunque un “andar contro” al processo, ma sempre un accompagnarlo.

Alcuni tessuti non danno dolore nella fase PCL, bensì nella crisi epilettoide (a metà della fase di riparazione). Un esempio classico è l’intima (parete interna) delle arterie coronarie, che dà sporadici dolori in fase CA (angina pectoris), nessun dolore in PCL e forti dolori in CE (infarto coronarico). Anche per i dolori in questa fase CE si possono fare i discorsi precedenti, tenendo conto che qui i dolori sono spesso più intensi, ma di molto minore durata. Per esempio le classiche fitte, se non ingigantite per qualche ragione “psicologica”, durano di norma pochi secondi. Non rifiutare il dolore, non preoccuparsi, non andare in panico, fidarsi dei processi naturali, sono tutti atteggiamenti che aiutano a superare indenni anche le Crisi Epilettoidi.

Mutatis mutandis, discorso per molti versi simile si può fare per malesseri, alterazioni cutanee o gonfiori vari. In pratica, per ogni sintomo fisico.

Si potrebbe poi estendere il discorso anche ai sintomi psichici. Per esempio, se io ho un periodo in cui mi sento un po’ depresso (malessere psichico), però ne ho capito anche il motivo biologico, probabilmente accetterò più facilmente quella depressione, che so essere passeggera, e che si risolverà quando la situazione della mia vita cambierà (ritrovo una casa, una identità, un lavoro, ritrovo una ragazza, ritrovo un motivo per vivere, ecc.). Se invece comincio a pensare che sono “malato di depressione”, che devo farmi curare e comincio a prendere medicine, probabilmente mi trascinerò quella depressione per tutta la vita, anche quando la situazione dovesse cambiare e venisse a mancare la motivazione biologica che l’aveva fatta nascere. E se invece mi sento troppo agitato? O in ansia?

Con Hamer, in pratica, abbiamo la possibilità di capire ogni sintomo e quindi di tornare al reale, togliendo tutte le complicazioni e fantasticherie mentali causate da paure e credenze erronee. Il cambio radicale (una vera e propria inversione a U) nell’interpretazione dei sintomi rappresenta un immenso regalo della NMG. Ed è un regalo che non si smette mai di apprezzare. Aveva ragione Jung quando scriveva: “what you resist, persists; what you embrace, dissolves” (ciò a cui resisti, persiste, ciò che abbracci, si dissolve). In tutte le cosiddette “malattie”, se comprendiamo il “male”, lo abbracciamo e lo portiamo a dissolversi. Se invece non lo comprendiamo, lo combattiamo, e in vario modo gli diamo forza.

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Bates e Hamer: possiamo curarci da soli?

Questo è il primo di una serie di tre articoli che ho intenzione di scrivere su un tema vastissimo ed estremamente affascinante, quello dell’auto-guarigione. In questo primo scritto vorrei proporre alcune riflessioni basate sul lavoro di due grandissimi medici e ricercatori, entrambi ovviamente osteggiati e fuori dal coro: William Horatio Bates e Geerd Ryke Hamer.

Di Hamer in questo blog ho già scritto molto, ed in effetti rappresenta il centro della mia ricerca personale. Nello stesso periodo in cui ho cominciato ad approfondire Hamer (più di 10 anni fa) sono venuto alla conoscenza di un altro grande medico, stavolta oculista e statunitense, William Bates. Nato a Newark, nel New Jersey, nel 1860, si laurea in medicina e chirurgia, iniziando poi una profonda ricerca che riguarda l’occhio umano e più genericamente la vista.

Le convinzioni dell’epoca riguardo alla vista da parte della cosiddetta comunità scientifica erano le stesse di ora: miopia, astigmatismo, ipermetropia, presbiopia, sono tutte malattie degenerative incurabili. Possono solo peggiorare, o al limite stabilizzarsi grazie all’uso di occhiali. Non c’è alcun esercizio, o qualsivoglia pratica personale, che si possa fare per modificare anche solo leggermente in meglio la sua situazione. Il paziente deve rassegnarsi ad occhiali, lenti a contatto o, quando possibile, operazione al laser (che comunque non cura l’occhio, ma innesta semplicemente una lente a contatto permanente).

Anche per quanto riguarda altre “malattie” della vista, la scienza moderna non prevede alcun esercizio o pratica personale, considerandole completamente inutili. In alcuni casi, come per la cataratta o alcuni tipi di glaucoma, si prevede un intervento chirurgico, che a volte aiuta mentre altre fa più danni che benefici. Il paziente resta sempre e comunque completamente passivo: personalmente, non può fare nulla di buono per il suo fisico.

A ben vedere, tutto ciò non vale solo per gli occhi, ma per tutto il corpo. Ad eccezione dei recuperi muscolari, in cui siamo effettivamente invogliati a fare esercizi per riprenderci, oppure a generiche esortazioni a “mangiare” o “camminare all’aria aperta” (sempre meno anche queste a dire il vero), i pazienti di qualsiasi patologia devono solo aspettare inermi e impotenti che il dottore, con le sue medicine e le sue operazioni, li curi (quando riesce).

Bates ha intuito che, perlomeno per la vista, tutto ciò è un’enorme sciocchezza. Che in realtà ci sono molte pratiche e molti esercizi che si possono fare per migliorare la nostra condizione. Tali pratiche magari hanno effetti lenti, non eclatanti, ma sono molto importanti per darci fiducia, e per convincerci definitivamente che qualcosa possiamo fare, di positivo, per la nostra salute.

Cosa ha compreso il dottor Bates? Che ogni, e dico ogni, “malattia” degli occhi è causata da tensione oculare. Ovviamente, tensioni diverse portano a manifestazioni sintomatiche diverse: se io divento teso quando guardo lontano, diventerò miope, da vicino, diventerò ipermetrope. Un altro tipo di tensione mi porterà la cataratta. E così via.

Facciamo ora un rapido paragone con la Nuova Medicina Germanica. Cosa dice il dottor Hamer? Che la “malattie” sono sempre bi-fasiche. Che c’è sempre una fase fredda, di “tensione”, di sovra-utilizzo, e una fase calda, di “rilassamento” e di recupero (con calo o alterazione funzionale). E che se la fase di tensione dura troppo a lungo, oppure se si hanno troppe recidive, si può avere una degenerazione “permanente” delle funzionalità dell’organo in questione. La logica di base, comunque, mi sembra la stessa.

Ora, quando notiamo un calo qualsiasi nel nostro visus (modo in cui vediamo), c’è qualcosa che possiamo fare per “curare” il nostro difetto? O possiamo solo andare dall’oculista, e seguire le sue istruzioni (occhiali o operazioni)? William Bates (per pure era oculista…), andando contro a tutti i suoi colleghi dell’epoca, consigliava una serie di esercizi, e tramite essi riusciva a far sì che i pazienti si “curassero da soli”, praticamente da ogni patologia.

Primo punto su cui Bates insisteva sempre: buttare via gli occhiali. La sua convinzione era infatti che gli occhiali peggiorassero sempre la vista, essendo come una stampella che impedisce il pieno recupero funzionale. Prescriveva poi una serie di esercizi, che si dividevano sostanzialmente in due gruppi: pratiche per rilassare la vista, e pratiche per usare la vista.

Per rilassare la vista la pratica principale da lui consigliata era il palming (palmeggiamento). In poche parole, si tratta di coprire entrambi gli occhi con i palmi delle mani, facendo in modo che non filtri la luce. Occorre fare questo esercizio da seduti o comunque in posizione rilassata, rallentando il respiro e cercando di calmare ogni muscolo. L’obiettivo, da cercare però senza effettuare alcuno sforzo, è vedere il nero, ovvero una gradazione di colore il più scuro possibile. Chi ha una vista buona, infatti, vede il nero naturalmente quando fa palming, mentre più la vista è difettosa più si vedono lampi vari di colore (che nella realtà, ovviamente, non ci sono). Bates dice che più tempo si dedica al palming, più veloce è il recupera della vista. Un’altra pratica consigliata per rilassare i muscoli oculari è il blinking, ovvero sbattere gli occhi il più velocemente e frequentemente possibile. Ci sono poi una serie di consigli da seguire mentre ci guardiamo in giro, come immaginare che il mondo sia in movimento, e non il nostro sguardo. Ciò impedisce di fissare lo sguardo che, secondo Bates, è una pratica molto negativa per la vista, la quale deve essere sempre e costantemente in movimento.

Per utilizzare e rafforzare i muscoli oculari, invece, Bates consigli prima di tutto di esporsi per lungo tempo alla luce diretta del sole, con gli occhi chiusi, pratica chiamata sunning (insolamento). Anche qui, poi, dà tutta una serie di consigli da seguire durante la giornata, come spostare costantemente lo sguardo (shifting), cambiare frequentemente il fuoco tra oggetti vicini e oggetti lontani, cercare sempre di cogliere i dettagli nelle cose, anzi amare i dettagli, e così via.

Come vediamo, quindi, le pratiche consigliate cercano di riportare sia il giusto rilassamento, sia il giusto utilizzo nell’organo in questione. Possiamo ora chiederci: è possibile estendere queste pratiche, che possiamo definire di auto-guarigione, anche a tutte le altre patologie e disfunzioni che ci possono capitare?

Come Hamer ha scoperto, tutti gli organi del nostro corpo si “ammalano” perchè hanno avuto una fase di tensione troppo lunga, oppure perchè il conflitto è stato recidivato troppe volte (causando, possiamo dire, una sorta di “tensione” costante nell’organo). Con opportuni accorgimenti, quindi, è possibile estendere le pratiche di Bates, o perlomeno la filosofia che sta dietro ad esse, anche al resto del nostro corpo.

Cosa facciamo, in fondo, quando prendiamo una botta da qualche parte? Istintivamente, ci mettiamo la mano sopra, giusto? Io credo che prima di tutto le nostre mani abbiamo un grande potenziale calmante e curativo. Lo dimostrano le molteplici discipline terapeutiche incentrate sul potere delle mani, come la pranoterapia e il reiki. E chi ci impedisce di applicare su noi stessi quel potere?

Oltre a dargli il giusto riposo, possiamo poi “allenare” ogni nostro organo, facendogli fare al meglio il lavoro per cui è stato concepito. Possiamo allenare i muscoli estrinseci degli occhi, e allo stesso modo possiamo allenare, per esempio, i denti attraverso una giusta masticazione e cibi sani, l’olfatto cercando di riconoscere e gustare ogni essenza, e così via. Perchè limitarsi al vecchio (e peraltro saggio) consiglio di “camminare” quando si hanno problemi alle gambe?

Oltre a queste due pratiche (buon riposo e giusto utilizzo) c’è poi un ultimo aspetto legato all’auto-guarigione, il più importante di tutti, ovvero il ruolo della nostra mente. Per capirne il potenziale, basterebbe osservare i risultati degli esperimenti sull’effetto placebo, o tutti gli studi sull’auto-suggestione effettuati da Emile Couè. Su questo aspetto, il potenziale della mente nella guarigione, il dottor Hamer ha dato probabilmente il contributo più grande. E’ difficile, infatti, avere un approccio positivo verso una qualunque “modificazione” del nostro corpo se non si ha la più pallida idea di quello che sta succedendo, di quali sono le cause e di qual è il senso di ciò che sta avvenendo. Hamer ci ha già fatto questo immenso regalo, dandoci la possibilità di capire cause e senso di ogni sintomo. Già a livello di percezione del dolore, e di reazione che abbiamo di fronte ad esso, il cambiamento portato dalla medicina di Hamer è immenso. Il tema della percezione del dolore, e la sua importanza nell’ottica dell’auto-guarigione, merita però una trattazione a parte, e verrà approfondito in un prossimo articolo.

Ovviamente, anche con Hamer nel bagaglio delle nostre conoscenze, non rimangono solo rose e fiori. Anche conoscendo cause e senso, a volte è difficile uscire dai nostri circoli viziosi, da recidive continue e comportamenti malsani che portano a varie modificazioni organiche non gradite. Un esempio è il calo della vista, ma ve ne sono molti altri. Ognuno di noi sembra avere alcune “debolezze” specifiche, sulle quali occorre lavorare per poter mantenere un adeguato stato di benessere.

Il corpo dell’essere umano, inoltre, pur rappresentando per molti versi l’apice della creazione (almeno in base alle nostre conoscenze…), presenta anche alcune strane anomalie e debolezze specifiche rispetto agli altri animali. Per esempio, noi evidentemente non nasciamo già “quasi pronti alla vita” come tutti gli altri animali, ma abbiamo bisogno di almeno altri 9 mesi, dopo la nascita, prima di completare la nostra formazione e presentare i primi segnali di autonomia (interagire bene col mondo, potersi muovere liberamente, ecc.). Anche altre anomalie, legate per esempio ai denti, ai capelli, alle unghie, ci rendono una creatura per molti versi strana, che peraltro non sembra perfettamente adattata a nessun ambiente naturale. In tema di auto-guarigione, è importante riconoscere queste nostre debolezze specifiche, per poter trattare con maggior delicatezza e consapevolezza alcuni nostri disagi. Anche questo è un tema affascinante, che approfondirò in un terzo articolo, descrivendo anche un’ipotesi per l’origine della nostra specie che a molti apparirà sconvolgente.

In queste nostre “carenze”, o “malattie”, esiste comunque sempre una disarmonia nell’utilizzo di un determinato organo. Ogni parte del nostro corpo ha bisogno di una sua fase di utilizzo, alternata ad una fase di riposo. Anche “noi stessi” (intendo la nostra mente cosciente) abbiamo bisogno di una giusta alternanza tra azione e riposo, pena immediato calo funzionale (basta una notte insonne…). Anche il sole si alterna alla luna, e l’estate all’inverno. Tutto nell’universo ha un suo ciclo, compreso le parti del nostro corpo. In alcuni casi, certi organi del nostro corpo vanno in “tensione continua”, ben oltre il loro giusto utilizzo, causandoci alla lunga disfunzioni varie. Attraverso un giusto utilizzo della mente cosciente e della volontà, con il potere congiunto del pensiero “positivo” e di alcune azioni pratiche terapeutiche possiamo, io credo, fare qualcosa di buono per i nostri disagi. Non bisogna aspettarsi risultati immediati ed eclatanti, non esistono le pillole magiche. L’auto-guarigione è un percorso, che dovrebbe renderci fieri anche solo quando riusciamo ad invertire una degenerazione data per certa dalla medicina ufficiale, come per esempio quando recuperiamo qualcosa delle nostra miopia. Non c’è ancora la vista perfetta, ma in fondo capiamo che è tutto in mano a noi, nella vista come nel resto. Con la pratica e la pazienza possiamo riportare il giusto ritmo, la giusta armonia in ogni organo, o perlomeno mitigare, accettare o integrare in modo migliore tutto ciò che ci succede.

In quest’articolo ho potuto fare solo un breve accenno ai metodi consigliati dal dottor Bates, a chi fosse interessato consiglio vivamente la lettura dei suoi libri. Per quanto riguarda poi i metodi di auto-guarigione complessiva si apre un ventaglio di possibilità molto grande, andando dal digiuno alla meditazione, dalla ginnastica al training autogeno, all’EFT, alla melodia arcaica di Hamer, alla cristalloterapia (l’elenco sarebbe troppo lungo…), e in genere a qualsiasi disciplina terapeutica, applicata però a noi stessi. Ognuna di queste possibilità terapeutiche ha le sue potenzialità e la sua efficacia, dobbiamo solo trovare quelle più adatte a noi e ai nostri disagi.

Possiamo a questo punto tornare alla domanda iniziale: c’è qualcosa, dunque, che possiamo fare per “curare” il nostro corpo? O possiamo solo andare dal medico, credere alle sue spiegazioni, e seguire passivamente le sue istruzioni?

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