AIDS, AZT, Hamer e l’assurdità degli esperimenti in doppio cieco

Ho recentemente visto un film che consiglio a tutti. Si intitola “Dallas Buyers Club”, è del 2013, e si basa su una storia vera. Siamo nel Texas a metà degli anni 80, periodo in cui è “apparso” l’incubo AIDS, e il protagonista (l’attore Matthew McConaughey) è un elettricista appassionato di rodei, donne, alcool e cocaina. Già dall’inizio del film si vede che non sta bene, soffre di una tosse cronica e di svenimenti. Un giorno, a seguito di un incidente sul lavoro, viene portati in ospedale e gli vengono fatte le analisi di routine. E in quel periodo tra le analisi c’era anche il “test dell’AIDS”, o per essere più precisi la misurazione dei linfociti T, che secondo la teoria ufficiale sarebbero un indicatore affidabile della sieropositività. I suoi linfociti T sono bassissimi, un vero disastro. I due medici che parlano con lui gli dicono che ha l’AIDS conclamato, e gli danno 30 giorni di vita.

C’è da sapere che, in quel primo periodo, l’AIDS veniva collegato in modo quasi totale con l’omosessualità. La stampa del tempo coniò addirittura il termine GRID, che stava per Gay-related immune deficiency (immuno-deficienza collegata con i gay). Un sieropositivo era un omosessuale al 99 %, punto. Uno dei primi casi eclatanti fu l’attore Rock Hudson, morto nel 1985. Il protagonista del film, pochi giorni prima dell’incidente, sfotteva l’attore per la sua omosessualità.

Immaginatevi quindi questo povero ragazzotto texano, ignorante, omofobo come tutti i suoi amici, e tuttavia dotato di una certa fiducia nei suoi mezzi di “macho”, che riceve una notizia del genere. Che fa? La accetta, va in depressione e dopo un mese muore davvero? No, lui reagisce diversamente, manda a quel paese il medico che ha osato insinuare una sua presunta omosessualità, firma e se ne esce dall’ospedale. Il ragazzo è sì ignorante però non del tutto stupido, nè insensibile. Sospeso dal lavoro, va in biblioteca e cerca informazioni “scientifiche” su questo AIDS. Cosa trova? Lo sappiamo, l’AIDS si trasmette per via venosa, principalmente nei rapporti sessuali, in particolare tra omosessuali. Lui ripensa al suo passato e sì, cavolo, una volta in uno squallido parcheggio gli era capitato anche di andare con un uomo. E’ la fine, il collegamento è fatto, il ragazzo si convince di “aver preso l’AIDS”.

Ora che si è convinto di essere “malato”, deve andare alla ricerca di una cura. Sempre nei libri e riviste “scientifiche” legge che stanno sperimentando un nuovo farmaco, l’AZT, che promette bene. Sta per iniziare una ricerca su scala nazionale in doppio cieco. Ma il ragazzo texano non vuole far parte di un “esperimento”, vuole la cura, perchè “sta morendo”. Cerca di corrompere dottori e infermieri, e alla fine riesce ad avere l’AZT. Lo prende per un periodo. Sta sempre peggio, però lui è convinto che gli faccia bene. Un giorno il suo “fornitore” gli dice che non ne ha più e gli dà un contatto in Messico. Lui è messo male ma comunque parte.

Arrivato in Messico incontra un dottore, ovviamente radiato dall’albo, che gli spiega la verità sull’AZT. Si tratta di un potentissimo veleno, e tra l’altro tutt’altro che nuovo, scartato come antitumorale negli anni 60 perchè troppo tossico (morivano tutti). Ora lo ripropongono per l’AIDS, dicendo che è solo un problema di dosaggio. Il medico messicano gli spiega che l’AZT fa bene solo a chi lo vende (alla sua introduzione, con 10000 dollari di costo giornaliero per paziente, fu il farmaco più costoso della storia della medicina). Lo mette in cura con terapie naturali, e in poche settimane il ragazzo si riprende bene. Da lì vivrà ancora a lungo, morirà solo 7 anni dopo. Vi lascio la seconda parte del film perchè sono già arrivato al punto che volevo sottolineare in questo articolo. La sperimentazioni in doppio cieco, viste sotto un occhio hameriano.

Pensate a questi primi “malati di AIDS”. Si tratta di persone che già non stavano molto bene a livello di salute, poichè la conta dei linfociti T è comunque un indicatore dello stato di efficenza del sistema immunitario. Valori bassi di linfociti T sono per esempio molto comuni tra i consumatori di eroina, e da qui nasce la leggenda del “passaggio dell’AIDS tramite siringa infetta”. Pare che linfociti bassi siano in effetti comuni anche tra omosessuali, soprattutto in quelli che hanno una vita sessuale piuttosto compulsiva. Putroppo tramite questo “test per l’AIDS” la conta dei linfociti viene associata alla presenza del fantomatico virus dell’HIV, diventando quindi una sentenza di morte.

Questi ragazzi, cresciuti in un clima di fiducia pressocchè totale nel sistema medico nazionale, fanno il test e risultano “contagiati”. Tutti i medici, tutti i ricercatori e tutti i mass-media ci dicono che la malattia è terribile, letale, e che per ora non c’è cura efficace. O almeno, ce ne sarebbe una, si chiama AZT, però è in fase di sperimentazione. Tutti (o quasi, come si vede nel film) si tuffano in questa sperimentazione, considerandola come ultima speranza.

La sperimentazione, come detto, è in doppio cieco. Nè il paziente nè il medico sanno se la pillola somministrata è il farmaco oppure un placebo. In questo modo si pretende di ottenere la “certezza” sull’efficacia o meno del farmaco. E’ davvero così?

Le sperimentazioni farmaceutiche si basano sempre su un (tacito) presupposto di base: le sostanze chimiche (farmaci) hanno un effetto sull’organismo che è sostanzialmente indipendente dalla psiche del paziente. Senza questo presupposto non ci sarebbe più nessuna ricerca farmaceutica, almeno per come vengono fatte ora. Tuttavia il corpo dei pazienti, ovviamente, non è una macchina, slegata da pensieri e sentimenti. Ognuno dei pazienti, ovviamente, arriva alla sperimentazione con determinate credenze e determinate aspettative. Nel caso specifico dell’AIDS la credenza era: se non mi capita l’AZT, sono spacciato. Se mi capita l’AZT, ho qualche speranza. Che succede quindi?

Alla prima pillola, o al più alla seconda, il paziente si rende conto, io credo, se sta assumendo un potente veleno oppure una pillola di zucchero. Solo che se si rendo di aver preso il farmaco, perchè sta sempre peggio, si convince anche che quel malessere è essenziale per “curarlo”, e quindi è felice. Cerca in tutti i modi di supportare ogni malanno, dolore, disagio, fiducioso che in realtà stia guarendo, perchè è fortunato, gli è capitato il farmaco. Se invece si rende conto di aver preso il placebo, va subito in depressione, perchè si sente senza speranza. Dove sta, quindi, la scientificità di queste sperimentazioni? Davvero misuriamo “imparzialmente” l’efficacia del farmaco?

A livello hameriano, inoltre, dobbiamo tener conto dell’importantissimo conflitto del profugo. Coloro che hanno preso il farmaco si sentiranno curati, accuditi, e quindi difficilmente faranno profugo. Al contrario, chi si accorge di prendere il placebo si sente facilmente “solo e abbandonato”, e quindi va in blocco renale, cominciando così a scavarsi la fossa. Questo è un altro elemento essenziale completamente ignorato dalla “scientifica e imparziale” sperimentazione in doppio cieco.

Da questi elementi si possono anche comprendere alcuni dati statistici, che hanno evidenziato l’efficacia, perlomeno parziale, del farmaco. Un “malato di AIDS”, anche se avvelenato, se è fiducioso nella cura, movimenta tutte le sue risorse, e non fa profugo, ha più probabilità di sopravvivenza di chi invece non viene avvelenato, ma è convinto di avere una “malattia mortale”, e in più si sente totalmente abbandonato dal sistema medico, o peggio, usato solo come cavia.

Le sperimentazioni in doppio cieco, per come vengono fatte, possono avere una qualche utilità solo per gli animali, perchè lì non abbiamo credenze e aspettative. Tuttavia nel complesso quello di avere cavie e sperimentare e casaccio mi sembra un modo di fare scienza davvero grezzo, e che risulta completamente inefficace e fallace quando viene applicato alla complessità umana. Noi non siamo macchine e il nostro corpo è intrecciato a doppio filo coi nostri pensieri e coi nostri sentimenti. La stessa realtà fisica è in qualche modo intrecciata con i nostri pensieri, come ha evidenziato in modo incontrovertibile la meccanica quantistica. Volete che proprio il nostro corpo sia completamente slegato dai nostri pensieri, dalle nostre credenze, dalle nostre aspettative?

PS: il film “Dallas Buyers Club” ha avuto una gestazione molto lunga e travagliata. Soggetto (storia vera) e sceneggiatura erano pronti da vent’anni, ovvero da poco dopo la morte del protagonista, Ron Woodroof, avvenuta nel 1992. Innumerevoli volte si è stati sul punto di girare, ma poi immancabilmente i finanziatori si tiravano indietro. Alla fine fu girato in soli 25 giorni, con un budget di 5 milioni di dollari. A dimostrazione che per fare buon cinema servono solo le storie giuste da raccontare.

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Una risposta a AIDS, AZT, Hamer e l’assurdità degli esperimenti in doppio cieco

  1. borgio3 ha detto:

    L’ha ribloggato su B[log]3e ha commentato:
    Da leggere…

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