I traumi della nascita e del primo anno di vita

NB: per comprendere questi articoli è necessaria una conoscenza di base delle leggi biologiche e degli studi di Hamer. Per approfondire vedi la pagina sopra.

In questo terzo articolo sull’auto-guarigione vorrei analizzare alcune particolarità che distinguono l’essere umano dagli altri organismi viventi, sia a livello di costituzione fisica, sia a livello di consuetudini sociali. Evidenziare queste particolarità è secondo me utile per comprendere appieno alcune importanti difficoltà nell’applicare la medicina di Hamer a noi esseri umani. L’argomento è molto ampio, ma in questo articolo vorrei soffermarmi su quelle particolarità che portano, io credo, maggiori difficoltà alla naturale capacità di auto-guarigione di cui disponiamo, difficoltà di cui è bene avere conoscenza e coscienza. Nei primi due articoli ho parlato delle potenzialità positive aperte dalle scoperte di Hamer, mentre qui emergeranno alcuni importanti ostacoli che possiamo incontrare nell’applicazione della NMG, in particolare nel contesto sociale in cui siamo cresciuti e in cui viviamo. Ho diviso l’articolo in due parti: qui mi concentrerò di più sulla persona, mentre nel prossimo articolo estenderò il discorso alle masse e al sistema sociale.

Cominciamo da una constatazione: si ha spesso la sensazione che le leggi biologiche, meravigliosamente in grado di creare armonia, cooperazione e bellezza tra tutte le forme del creato, abbiano incontrato nell’essere umano una serie di “intoppi”, che rendono la nostra esistenza in questa realtà piuttosto faticosa e complessa, molto più di quella degli animali e delle piante (vi ricordate, per esempio, la bellissima canzone “Cervo a primavera” di Riccardo Cocciante?). Certo, si potrebbe rispondere, l’essere umano ha una mente auto-cosciente, che non è presente nella altre forme di vita a noi note, ed è la mente cosciente a creare questa complessità. Tutto ciò è indubbiamente vero. Ricordiamoci però anche del fatto che l’essere umano, proprio in conseguenza della sua mente “cosciente”, ha creato un ambiente di vita (la cosiddetta società) che si è in molti aspetti allontanata dalla sensatezza biologica. E ogni allontanamento dalla sensatezza biologica comporta inevitabilmente uno squilibrio nel complesso mente-corpo, il quale poi cerca, a modo suo, di adattarsi alla situazione, attraverso un percorso sempre legato alla sofferenza.

Tra i molti aspetti contrari alla biologia presenti nella nostra società, i più importanti sono indubbiamente quelli legati al modo in cui veniamo al mondo (gestazione, nascita e primi anni di vita). Chi ha approfondito la medicina di Hamer, soprattutto ampliandola con l’universo delle costellazioni schizofreniche, si è reso conto ben presto che molti dei conflitti “abituali” che noi viviamo durante la crescita ed in età adulta non sono conflitti “nuovi”, ma recidive di gravissimi conflitti patiti quando eravamo molto piccoli. Gli psicologi si sono accorti da tempo che un grave evento conflittuale è tanto più difficile da “trattare”, e da portare alla luce cosciente, tanto più è avvenuto indietro nel tempo. Particolarmente importante sembra quindi essere quel lasso di tempo che alcuni chiamano periodo primale, situato tra il concepimento e il compimento del primo anno di vita. Andando ancora più nel dettaglio, l’evento sicuramente più impattante per la nostra vita è il parto. Analizziamo questo evento nel dettaglio.

Come veniamo a questo mondo? In modo bio-logico? Disgraziatamente, dobbiamo renderci conto che il parto, nella nostra società, è quasi in tutto contrario alla sensatezza biologica. Osservando con occhi bio-logici, notiamo senza ombra di dubbio che, di solito, viene sbagliato praticamente tutto: la posizione, la situazione, la modalità, e anche tutto ciò che si fa nei momenti appena successivi alla nascita.

E’ sbagliata la posizione, perchè la posizione naturale sarebbe quella accasciata, in modo tale che la gravità favorisca la fuoriuscita del bambino. Tutti gli organi interni, l’intero corpo della donna è adattato per favorire il parto in questa posizione. Noi cosa facciamo invece? Parto con le gambe all’aria. I motivo? L’unico che mi viene in mente è che, probabilmente, il grande dottorone non può “abbassarsi” fino a terra, deve avere il suo “lavoro” comodo, all’altezza giusta, con una giusta e comoda visuale per lui, non per la donna. Questa grande assurdità nella scelta della posizione del parto non è casuale: il messaggio, più o meno inconscio, è che il dottore è più importante della donna, che è lui, e non la donna, a far nascere il bambino. Primo punto di un concetto che riprenderò nel prossimo articolo.

E’ sbagliata la situazione, perchè il parto naturale è un evento intimo, che ogni specie animale sceglie di vivere il più possibile appartata e in solitudine. Il motivo è evidente: il parte è sicuramente un momento di debolezza per l’animale, un momento in cui la vulnerabilità rispetto ai predatori è massima. La madre è stanca, i piccoli non hanno i mezzi per difendersi. La madre quindi cerca in ogni modo possibile di non farsi vedere da nessuno, o al limite soltanto da componenti fidati del branco, come i propri consanguinei. Noi invece, negli ospedali, abbiamo una miriade di occhi estranei puntati sulla madre: non solo dottori e infermieri, ma anche tutti i macchinari vengono inconsciamente considerati come occhi che guardano, e quindi mettono in allarme la donna. Certo, a livello conscio la donna può dire che si sente tranquilla con tanta gente competente intorno, ma la biologia, come sappiamo, farà sentire comunque la sua voce.

E’ sbagliata la modalità perchè, quasi sempre, non si permette un parto naturale, e lo si inficia con iniezioni varie, fino al limite del cesareo. D’altronde, avendo sbagliato posizione e situazione, è anche difficile che avvenga un parto naturale senza problemi. Può sembrarvi un esempio sgradevole, ma quanti di voi riuscirebbero ad andare di corpo (altro evento “intimo”, anche se non a livello del parto) in quella posizione (con il sedere per aria), osservati da molte persone che ci incitano dicendo “spingi, spingi”, in un ambiente freddo e molto luminoso, con macchinari tutto intorno che monitorano il nostro tratto intestinale e che fanno bip bip? Sarebbe un cosa agevole come quando siamo soli a casa nel nostro ambiente e nella posizione giusta? O magari avremmo “qualche” difficoltà, che ci farà magari sentire il “bisogno” di una spinta farmacologica?

Interferendo con il parto naturale, si inficia anche, in varia misura, l’importantissimo processo di imprinting, valido ovviamente anche per l’essere umano. Si tratta di un processo ancora non del tutto conosciuto, che però sicuramente coinvolge i due organismi (madre e figlio) nel loro complesso, a livello principalmente ormonale e sensorio. E’ una sorta di magia, che se avviene nel modo previsto porta al completo riconoscimento reciproco tra madre e figlio, e se invece viene in varia misura alterata porta ad un riconoscimento non completo, e quindi ad un vuoto.

Appena dopo il parto, di solito, si taglia il cordone ombelicale, impedendo al nascituro di sintonizzarsi con calma alla nuova realtà, mantenendo per qualche tempo ancora il vecchio cordone. Altra pesante interferenza nel processo di imprinting… Infine il bambino viene dato in braccio alla madre per qualche tempo, poi viene portato nelle nursery perchè la madre deve riposare. Così noi tutti (o quasi) ci siamo ritrovati, a breve distanza da una nascita già di per sé tutta sbagliata, in un lettino metallico senza nessun contatto caldo ed umano, senza la possibilità di sentire un battito di un cuore, sotto una luce innaturale, coperti da tessuti innaturali, con attorno esseri indifesi come noi che piangono disperati, soli in un mondo orribile. “Che bella questa vita”, abbiamo sicuramente pensato tutti, vero?

Pensiamo veramente sia possibile passare indenni da tutto ciò, senza patire conflitti tanto gravi da condizionare l’intera nostra esistenza? Questi shock biologici, patiti a causa del distacco dalla madre subito dopo il parto, sono tanto più gravi se si considera un altro fatto: l’essere umano non nasce del tutto pronto, sicuramente meno pronto rispetto agli altri mammiferi. Tutti i piccoli di mammiferi, per esempio, alla nascita sono già in grado di muoversi, molti persino di stare già in piedi e camminare. Anche la medicina ufficiale ammette che la formazione dell’essere umano, in particolare per gli apparati motori e sensori e per il tratto intestinale, si completa durante i primi nove mesi di vita. Questi ulteriori nove mesi (oltre a quelli passati nella pancia) sembrano essere una seconda gestazione, necessaria per l’essere umano al fine di uno sviluppo sano. Quale sarebbe, quindi, il modo biologicamente sensato di vivere questi nove mesi?

Lo psicologo Willi Maurer, nel suo libro “La prima ferita”, descrive come vivono abitualmente il periodo primale alcune tribù “primitive” ancora sparse per il pianeta. Si sofferma in particolare sulla tribù dei Kikiyu, nell’Africa Orientale, perchè essi sembrano seguire la prassi migliore. In questa tribù, oltre ovviamente ad un parto naturale (come ogni altra tribù “primitiva) che permetta l’imprinting, il nascituro viene posto a contatto con la madre subito dopo il parto, e tale contatto rimane costante, senza nessuna interruzione, per i successivi nove mesi. Il bambino viene costantemente portato in braccio dalla madre, durante lo svolgimento di tutte le sue attività domestiche. Quando ha fame, si attacca alla tetta, senza aspettare il permesso (e i tempi) della madre. Quando ha sonno, si addormenta tra le sue braccia. Quando deve liberarsi (cacca e pipì), dà alcuni piccoli segnali che è possibile riconoscere: la madre lo allontana provvisoriamente da lei, evitando così anche di sporcarsi. Passati i nove mesi, il bambino comincia naturalmente a volere, per brevi periodi, staccarsi dalla madre, e lo fa cominciando a gattonare. A un anno il bambino cammina e può esplorare il mondo, ed inizia ad aggirarsi non lontano dai genitori, sempre presenti e in vista.

Questo modo di nascere e crescere biologico porta ad almeno due conseguenze, che possono apparire sconvolgenti. Prima conseguenza, tutti gli adulti in quella tribù si ricordano del primo anno di vita, passato costantemente in braccio alla madre. E sono ricordi meravigliosi, di estasi. Perchè, allora, noi non ci ricordiamo niente di ciò che ci è successo fino a circa 3 anni? Forse perchè al posto dell’estasi prevista da madre natura abbiamo passato una serie di shock gravissimi, rimossi dalla nostra memoria cosciente con il noto meccanismo di difesa? Seconda conseguenza: nessun bambino è “capriccioso”. Non si sentono mai i pianti disperati tipici dei nostri bambini di ogni età. I piccoli si aggirano attorno ai grandi, imitandoli, ma mai infastidendoli. I grandi compiono le loro mansioni in serenità, sempre con attorno i piccoli, i quali solo raramente li “disturbano” con qualche domanda o richiesta. Scontri, malattie, nervosismi, in quella tribù sono ridotti al minimo. Tutti appaiono soddisfatti, cooperativi, contenti del proprio ruolo, felici. Ovunque regna armonia.

Il paragone con l’odierna società civilizzata è impietoso: qui ovunque regna l’egoismo, la competizione serrata e insensata, il piangersi addosso, il non prendersi alcuna responsabilità, la mancanza assoluta di “senso della vita”, l’infelicità. Pensiamo che questa caratteristiche dell’uomo moderno siano nate dal nulla? O, forse, sono in qualche modo legate alle modalità in cui tutti nasciamo e cresciamo? La psicologia ha già intuito questi collegamenti, però le manca la bussola della sensatezza biologica per arrivare a conclusioni più coerenti, e anche a modalità terapeutiche più efficaci per guarire le ferite patite.

Spero che l’importanza di quanto esposto in rapporto all’auto-guarigione “secondo Hamer” sia ora evidente. Anzitutto, ci sono chiare difficoltà diagnostiche nel momento in cui ci troviamo di fronte a recidive di un conflitto avvenuto nel remoto passato rispetto a quando il conflitto è “nuovo”, difficoltà che vanno tenute in considerazione. Avere coscienza degli shock vissuti nel periodo primale è poi utile nell’analisi di vari disagi “psicologici”, che anche conoscendo Hamer sembrano difficilmente comprensibili, e quindi accettabili. Tenendo invece in debito conto i gravi shock da noi vissuti quando eravamo molto piccoli (a volte, anche nella pancia della mamma) forse possiamo anche capire meglio alcune nostre note caratteriali, debolezze, particolari sensibilità, ma anche particolari meschinerie. Nel prossimo articolo analizzerò più nel dettaglio la questione, estendendola con considerazioni sociali e antropologiche.

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Una risposta a I traumi della nascita e del primo anno di vita

  1. Anonimo ha detto:

    Buonasera Davide, grazie per l’articolo, lo trovo scritto molto bene e ricco di spunti. in particolar modo la parte riguardante i tempi di svezzamento, ovvero, il senso bio-logico di avere un contatto con la madre da subito per nutrire a dovere e nel modo più utile il nascituro (futuro uomo o donna) che acquisirà così un imprinting efficace con il quale affronterà gli eventi che la vita gli riserverà.

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