Autoguarigione biologica in una società non biologica

NB: per comprendere questi articoli è necessaria una conoscenza di base delle leggi biologiche e degli studi di Hamer. Per approfondire vedi la pagina sopra.

Ultimo articolo dedicato all’auto-guarigione. Qui partirò, come sempre, dagli avvenimenti e dalle percezioni del singolo essere umano, ma estenderò poi il discorso anche al sistema familiare e al sistema sociale. L’auto-guarigione, infatti, non è un tema che possiamo pensare di affrontare in totale solitudine, separati dal resto del mondo e dell’umanità. L’essere umano è un animale sociale, nel senso che non può sopravvivere se non attraverso la collaborazione con gli altri elementi della propria specie, e con l’ambiente nel complesso. Anche il tema dell’auto-guarigione, ovviamente, risente di questa necessaria interdipendenza e collaborazione. E’ infatti difficile attivare le nostre energie di auto-guarigione se il nostro sistema familiare e quello sociale “remano contro”, cosa che in realtà, come vedremo, oggi avviene quasi sempre. E’ importante, quindi, saper riconoscere l’origine e il senso degli ostacoli che la famiglia e la società ci pongono lungo il nostro percorso di ricerca della salute.

Nell’articolo precedente ho spiegato nel dettaglio tutte la pratiche contrarie alla biologia che normalmente vengono adottate, nella società in cui viviamo, durante il parto. Abbiamo visto come, in questo modo, il naturale processo di imprinting sia stato impedito, o quantomeno fortemente alterato. Ciò ha causato in noi un primo fortissimo shock, che rappresenta il primo distacco dai processi naturali e biologici. Il mancato imprinting ci impedisce di riconoscere nostra madre come madre biologica, e ci provoca anche un primo e gravissimo distacco dalla Natura. Nasciamo deboli, indifesi, completamente dipendenti da altri, e un buon processo di imprinting sarebbe essenziale per darci fiducia in noi stessi e nella nostra specie. Quali sono le conseguenze di questo mancato imprinting?

Dalle scoperte di Hamer sappiamo che i processi fisiologici “speciali” sono innescati da shock biologici, e il mancato imprinting è sempre uno shock biologico. Il tipo di programma SBS che partirà, tuttavia, dipende dalla percezione del conflitto, non dal conflitto stesso. Per questo, nonostante praticamente tutti abbiamo vissuto la separazione dalla madre dopo il parto, non abbiamo per tutti le stesse conseguenze. Ognuno reagirà a suo modo a questa prima ferita, a seconda delle modalità precise in cui questa ferita ha avuto luogo, e anche a seconda delle predisposizioni animiche e spirituali di ognuno di noi.

Gli studi di Willi Maurer, psicologo, sono rivolti in modo particolare all’individuazione e al trattamento di questo primo shock. Dalle sue osservazioni è emersa una certa differenza tra maschi e femmine nella modalità in cui affrontiamo la prima ferita del distacco dalla madre. I maschi, infatti, tendono a reagire con rabbia a questa ingiustizia, rabbia che spesso viene sfogata in famiglia e nei primi approcci alla società. Le femmine, invece, rispondono più spesso con la sensazione di “non valere nulla”. In altre parole, il maschio, con la sua tipica tendenza a guardare verso l’esterno, tende a pensare: non mi vogliono, non sono accolto, quindi il mondo è sbagliato. La femmina, al contrario, più predisposta all’interiorità, tende invece a pensare: non mi vogliono, non sono accolta, quindi io sono sbagliata. Il maschio tenderà alla maniacalità, mentre la femmina alla depressione, ed è forse è per questo che la “saggezza” popolare indica i maschi come più “difficili” da accudire e far crescere. Tutti, comunque, ci portiamo dentro questa prima ferita.

A questo punto, per ben comprendere che cosa è avvenuto durante la nostra crescita, dobbiamo ricordarci di un concetto importante: l’imprinting, a ben vedere, non è un processo che può “non avvenire”. Come hanno da tempo scoperto gli zoologi, in mancanza (o in carenza) del naturale processo di imprinting con la madre biologica, la Natura provvede comunque a portare a termine il processo, e lo fa letteralmente “con chi si trova lì in quel momento”. La spiegazione biologica è che qualsiasi cucciolo ha bisogno di accudimento e difesa quando è appena nato, altrimenti è sicuramente destinato alla morte. Ci sono quindi più probabilità di sopravvivenza affidandosi a chi c’è a disposizione piuttosto che rinunciando del tutto all’imprinting. In questo modo, per esempio, un uomo può diventare tranquillamente la “mamma” di una nidiata di pulcini, come è stato a più riprese dimostrato da etologi e zoologi.

Visto che l’imprinting con la madre è stato impedito, con chi facciamo (o perlomeno completiamo) il processo di imprinting?

Qui si apre una modalità di interazione con la realtà che ci accompagnerà per tutta la vita: la modalità dei surrogati. Non potendo avere l’imprinting naturale con la madre, ci accontentiamo di surrogati. Così, al calore naturale del corpo della madre, sostituiamo il calore artificiale. Alla poppata naturale dalla tetta, sostituiamo il surrogato del biberon. Al contatto umano con membri della stessa specie, sostituiamo il contatto artificiale con lenzuola morbide e peluche. E così via. Fin da subito veniamo forzatamente abituati a questi surrogati, tanto che è ragionevole pensare che il processo di imprinting venga completato proprio tramite tali surrogati.

Per capire l’importanza di quanto esposto, dobbiamo riflettere sul fatto che il processo di imprinting è sostanzialmente un processo di affidamento. Il cucciolo appena nato si affida alla madre, o a chi per essa, perchè non può fare altrimenti. Colui che beneficerà del processo di imprinting, quindi, avrà anche la nostra fiducia. Facendoci nascere in quel modo, quindi, la società ha perlomeno parzialmente eroso il nostro rapporto iniziale e primordiale di fiducia con la madre e con i processi naturali. E, allo stesso tempo, ha posto le prime solide basi per la creazione di un rapporto di fiducia verso qualcosa di artificiale, ovvero i vari surrogati e coloro che ce li portano (medici, infermieri, suore, sempre persone in divisa, che ovviamente rappresentano essi stessi dei surrogati), e indirettamente verso la società, che ci fornisce tutto il bel pacchetto.

Tale allontanamento dalla natura (e dai propri bisogni naturali e biologici) è puntualmente rimarcato, poi, in molte tappe della crescita. Il bambino per esempio si accorge presto che non potrà mangiare quando ha fame, ma che dovrà rispettare orari prestabiliti. In questo modo abbiamo capito che nella società le regole vengono prima dei nostri bisogni. Per il dormire, discorso simile. Ci siamo poi resi conto, molto presto, di un altro fatto estremamente importante: se noi ci adattavamo alle regole senza protestare, ottenevamo in cambio quel briciolo di amore che i genitori erano in grado di darci. Se invece non ci adattavamo alle regole (e ai surrogati), se facevamo i capricci, perdevamo anche quel poco di amore, e ciò era insopportabile, perchè senza amore non si vive. Ci siamo così adattati, e chi più chi meno siamo diventati bravi bambini, e in seguito bravi cittadini, rispettosi delle regole.

Osserviamo la nostra vita durante la giovinezza, e poi in età adulta: non è stato tutto un susseguirsi di surrogati? I regali, i giochi, il cibo, tutto ciò che si può comprare con i soldi, diventava sempre, in una certa misura, un surrogato dell’amore dei genitori, in particolare del loro tempo e della loro attenzione. E anche noi abbiamo imparato ben presto ad utilizzare questi surrogati, sia per dare un minimo di appagamento ai nostri desideri, sia per “appagare” i desideri degli altri. Siccome i bisogni biologici di riconoscimento e di appartenenza non sono stati soddisfatti, impariamo ad accontentarci di “alternative”. Così compriamo automobili, vestiti, gioielli, oggetti tecnologici, e così via, per avere un surrogato dell’amore che ci è mancato. Oppure aderiamo ad organizzazioni e a “ideali” di vario tipo, così da poter soddisfare, almeno in parte, il nostro bisogno di riconoscimento e di appartenenza. (citerei qui due canzoni che mi sembrano significative nel descrivere tutto ciò, “Working class hero” di John Lennon e “Society” di Eddie Vedder)

Anche in materia di salute, l’influenza della società non si limita certo al distacco successivo al parto. Fin dall’inizio delle nostre vite, il sistema sociale ha la tendenza costante ad allontanarci dalla saggezza della natura. Prima ostacola il naturale e sano formarsi del nostro sistema immunitario (possibile grazie all’imprinting e alla suzione del primo latte materno, il colostro), poi ci propina insensate pratiche come vaccini, ufficialmente proprio per “rafforzare” il sistema immunitario. Ma i vaccini in verità sono pezzi di organi interni di vari animali mischiate con residui di metalli, iniettati direttamente nella nostra energia vitale (il sangue), sulla base di teorie sviluppate un secolo e mezzo fa, e mai dimostrate. Pensate che questa pratica totalmente non-biologica ci renda più forti e sani? Da bambini siamo poi stati soggetti ad eccessive norme igieniche, quasi asettiche, e un controllo eccessivo e una esagerata “paura” dei pericoli hanno impedito (o ridimensionato) le piccole ferite che i bambini normalmente si fanno, essenziali per completare il nostro corredo immunitario in relazione all’ambiente in cui viviamo.

Quando poi arriviamo a scuola, comincia il lavaggio del cervello intellettuale. Tutte le pratiche “tradizionali” sono sistematicamente denigrate, trattate come frutto di credenze che poi, con la meravigliosa scienza attuale, si sono rivelate infondate. La saggezza curativa delle erbe, per esempio, è stata completamente dimenticata in favore dei farmaci in pastiglia (altro surrogato). E soprattutto si instilla nella mente degli alunni una insidiosissima sfiducia, ovvero che il corpo, come ogni macchina, possa guastarsi, andare in tilt, comportarsi in modo insensato. E ovviamente, in tutti quei casi è essenziale recarsi immediatamente dal dottore (che è un surrogato di Dio, in una società in cui, come diceva giustamente Nietzsche, Dio è morto).

Da adulti il sistema sociale molla un po’ la presa in materia di salute, dato che si è già impadronito delle nostre menti. A quel punto siamo noi stessi a porre più fiducia nei surrogati che nella natura. Le credenze errate in materia di salute vengono comunque periodicamente ripetute, spacciandole per verità consolidate e mai messe in discussione, attraverso i media, l’informazione, la pubblicità, l’intrattenimento. Per rendere minimo ogni spazio di risveglio, la società ha poi messo in piedi un sistema lavorativo che occupa gran parte del nostro tempo, e delle nostre energie. E il sistema lavorativo creato ha esso stesso caratteristiche molto poco biologiche, sia in termini di orari lavorativi sia in termini di mansioni. Quale animale lavora 8-10 ore al giorno, in orari fissi e indipendenti dalle stagioni, facendo sempre lo stesso compito? Quale essere vivente e vitale vorrebbe farlo? Da una parte la società non adatta neanche in minima parte l’orario di lavoro (ma anche di studio) con i ritmi naturali, dall’altra ci obbliga ad assurdità come l’”ora legale”: piuttosto che cambiare gli orari di lavoro, si cambia l’ora. Ci rendiamo conto? E anche in termini di mansioni lavorative, dalla rivoluzione industriale in avanti esse sono diventate sempre più ripetitive e robotizzanti, lontane dall’intelligenza e dalla vivacità necessarie per vivere nella natura.

Tempi e modalità di lavoro così alienanti, e credenza errate consolidate, ci impediscono anche, nel momento in cui creiamo una famiglia, di comportarci in modo diverso dai nostri genitori. In effetti l’essere umano sembra avere una curiosa tendenza: se ha subito un’ingiustizia, quando ne ha l’occasione tende a perpetuarla. Mi viene in mente per esempio il nonnismo nelle caserme, in cui le reclute subivano ogni tipo di umiliazione, e che poi infliggevano loro stessi le umiliazioni alle nuove reclute una volta diventati “nonni”. O anche il caso dei pedofili, che molto spesso sono stati essi stessi vittime di abusi da bambini. In egual modo, mi sembra, i genitori tendono inconsciamente a voler far passare ai propri figli lo stesso inferno che hanno passato loro. Arrivano a pensare: è solo questo il modo in cui “si diventa grandi”. Così obbligano il bambino al distacco e all’indipendenza quando è ancora troppo presto, salvo poi (molto spesso al giorno d’oggi) subissarlo di attenzioni e controlli esagerati quando invece è già più grande, e avrebbe bisogno di maggiore indipendenza. Un vero pasticcio.

Da tutto questo discorso si possono comprendere le situazioni di tensione e rabbia repressa che si respirano in quasi tutte le famiglie. Di base abbiamo tutti un celato ma profondo risentimento nei confronti di nostra madre, che ci ha abbandonato appena è stato fisicamente possibile, e proprio nel momento in cui avevamo più bisogno di lei. Questo odio latente viene in parte poi mitigato se l’ambiente familiare in cui cresciamo è a suo modo amorevole e accogliente. Se invece anche crescendo non facciamo che rivivere in famiglia quella sensazione di abbandono e di distacco, molto difficilmente potremo rimanere sani, sia fisicamente che mentalmente.

La società ci ha inoltre, come abbiamo visto, portati fin dalla nostra nascita ad avere sfiducia e misconoscenza verso la natura, e al contrario ad avere fiducia e riconoscenza verso la società civilizzata. Tutto ciò che la natura fa di buono, come ad esempio guarire le nostre ferite, non viene minimamente considerato. Si presta invece tutta l’attenzione al disinfettante, e al cerotto, come se fossero loro a “fare il lavoro”. Allo stesso modo, quando si sta male si è convinti che chi fa il lavoro “buono” siano solo i medici e i farmaci, mentre le capacità rigenerative e curatrici del nostro stesso corpo sono state, sempre di più, disconosciute e misconosciute. A cosa ci ha portati tutto ciò?

La sfiducia nella natura, la mancata conoscenza dei processi naturali, un parto e una crescita non biologici, hanno fatto perdere tutte le certezze naturali all’essere umano moderno e civilizzato (a cominciare da quella in Dio), lasciandolo alla costante e disperata ricerca di certezze surrogate: un’autorità a cui aderire, e un posto da occupare nel “sistema”. Ma è proprio questo bisogno potente di “approvazione ufficiale” a rendere impossibile il riconnettersi dell’uomo con la natura, perchè tutto ciò che è ufficiale è stato studiato apposta per allontanarci da essa. Anche molti di coloro che studiano e provano ad applicare Hamer cadono in questo errore, causato principalmente dal loro bisogno infantile di autorità (che ovviamente non sanno riconoscere). Non gli basta che la NMG sia vera, e verificabile decine di volte al giorno da chiunque. Cercano continuamente una “struttura” a cui appoggiarsi, ed “esperti” a cui fare riferimento: se non è il sistema medico ufficiale, dovrà essere almeno una scuola in qualche modo “riconosciuta dal sistema”. Non hanno ben osservato e compreso la storia di vita del dottor Hamer. Non si rendono conto che il sistema riconosce solo ciò che è funzionale ai suoi obiettivi, che sono (ormai è evidente) allontanarci dalla natura e dalla reale comprensione della realtà. Il lavoro di riconoscimento ufficiale delle leggi biologiche si accompagna sempre, più o meno inconsciamente, al lavoro di manipolazione del messaggio originale, e quindi porta ad un graduale allontanamento dalla verità della NMG. Solo riprendendo la piena responsabilità delle nostre conoscenze e delle nostre scelte, senza delegare tutto ai molteplici “esperti” che il sistema ci offre, possiamo arrivare ad una vera comprensione della salute, ed attivare le nostre vere energie di auto-guarigione.

La società ha messo in piedi, a ben vedere, una serie di circoli viziosi, che in vario modo ostacolano la nostra reale comprensione, in special modo nel campo della salute. E anche in relazione alle “malattie”, chi ha compreso le scoperte di Hamer sa che le situazioni più spiacevoli e difficili molto raramente sono frutto di un singolo “errore”, quanto piuttosto di “errori reiterati”, e quindi di circoli viziosi. Non ha caso si dice: errare è umano, perseverare è diabolico. Ciò vale sia per l’essere umano che per la società. Appare evidente che, per provare ad uscire dai circoli viziosi, sia personali che “sociali”, dobbiamo anzitutto essere in grado di riconoscerli.

Spero con questa serie di articoli di avere dato spunti interessanti sia in “positivo” (primi due articoli) sia in “negativo” (ultimi due) sul tema affascinante dell’auto-guarigione. Si tratta ovviamente solo di una piccola parte delle riflessioni che si potrebbero fare. Qualunque intervento che si vorrà fare, o domanda che si vorrà porre, sarà ben accetto e potrà costituire ulteriore motivo di approfondimento. Per esempio, una domanda interessante potrebbe essere: perchè la società fa così? Perchè combatte sempre (e con ogni mezzo) chi comprende la saggezza e il funzionamento intimo della Natura e della vita, portando invece sugli allori ciarlatani che raccontano da sempre menzogne e idiozie “ben” mascherate? Chi c’è, in realtà, in cima alla nostra società?

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