Economia Locale

Già dieci anni fa io e il mio amico Walter Osti abbiamo eseguito, su commissione del comune di Laveno Mombello, un’analisi del territorio in cui vivo, alla ricerca di un modo per rivitalizzare l’economia locale. L’ottica del documento da noi preparato era quella dello Sviluppo Sostenibile: riduzione dei consumi, incentivi per aziende eco-sostenibili, sviluppo del turismo (Laveno è una bella località sul lago Maggiore, con discrete potenzialità turistiche mal sfruttate). In parte, in questi anni, le amministrazioni comunali hanno agito in questa direzione. Tuttavia, a partire dalla crisi del 2008, la situazione economica globale e locale è decisamente peggiorata. Fino a dieci anni fa sembrava sufficiente trovarsi una propria nicchia nel sistema economico attuale. Ora, l’unica soluzione sembra essere far ripartire, a poco a poco, una economia totalmente locale, via via sempre più staccata dall’economia mondiale, e da essa sempre più indipendente.

In quest’ordine di idee abbiamo preparato un altro documento, in cui proponiamo all’amministrazione comunale alcune iniziative e una possibile linea da seguire.

Vi presento il documento come è stato concepito, ovvero specifico per il mio comune di residenza, Laveno Mombello. Si tratta tuttavia di indicazioni che, con poche modifiche, potrbbero andar bene per sostanzialmente qualsiasi luogo della Terra. Tutti, infatti, siamo sotto il giogo dei banchieri globali, e tutti, a mio parere, dovremmo cercare di far ripartire un’economia locale, più equa, rispettosa e armoniosa rispetto al sistema economico che ci viene imposto.

 

Progetto “Comunità di Laveno-Mombello”

a cura di Davide Cerutti e Walter Osti

INDICE:

Premessa 2

La necessità di un nuovo approccio nella gestione del territorio 3

Tendenze globali e tendenze locali 8

Finalità del documento: il concetto di Comunità 10

Progetti per l’autonomia alimentare 14

Progetti per l’autonomia energetica 16

Progetti di cooperazione sociale 18

Le basi per un’economia del territorio 20

Conclusioni 25

Laveno Mombello, 12 febbraio 2015

Premessa

Il presente documento si inserisce nell’attuale tempistica istituzionale del comune di Laveno Mombello. Nella primavera dell’anno corrente si svolgeranno infatti le elezioni comunali, e tale evento offre sempre l’opportunità di pensare ad idee nuove per una migliore e sempre più lungimirante gestione del territorio.

L’obiettivo di questo documento è quindi quello di fornire una rapida presentazione di alcune iniziative che il comune di Laveno Mombello potrebbe intraprendere. Tali iniziative non posseggono una particolare inclinazione politica, ma rappresentano, almeno nelle intenzioni degli autori, idee frutto del semplice buon senso.

Per comprendere appieno l’utilità e la tempestività delle iniziative proposte è tuttavia necessario, prima di tutto, effettuare un’analisi della situazione socio-economica attuale. Tale analisi terrà conto sia delle principali dinamiche geopolitiche in corso, sia dei risvolti e delle principali tendenze a livello locale. Ciò è necessario perché prima di scendere nel pratico è necessario trovare una visione comune delle cose, che porti ad una comune linea di azione. Dopo una breve introduzione, la prima parte del documento sarà quindi dedicata a tale analisi.

Nella seconda parte si passerà invece ad un livello più pratico. Verranno proposti alcuni progetti concreti, descrivendo principalmente l’idea di base che li anima. I passi per portare poi alla loro eventuale effettiva realizzazione dipenderanno da diversi fattori, e saranno discussi nello specifico soltanto, eventualmente, in un secondo momento.

La necessità di un nuovo approccio nella gestione del territorio

Per comprendere la situazione in cui ci troviamo, è opportuno effettuare una rapidissima descrizione dell’evoluzione della società umana.

L’essere umano, si sa, è un’animale sociale. Tale istinto nasce, prima di tutto, da necessità pratiche: difficilmente, infatti, un essere umano lasciato solo può sopravvivere nella natura selvaggia. La necessità di “vivere in gruppo” ha portato l’uomo, fin dagli albori della civiltà, alla creazione di strutture sociali. L’uomo è un mammifero, e come tale si è naturalmente indirizzato verso la modalità sociale tipica dei mammiferi, ovvero il branco.

Nella struttura del branco possiamo facilmente individuare tre livelli, che corrispondo a tre specifiche funzioni. Il primo livello è quello dell’individuo. A questo livello vengono normalmente gestite tutte le caratteristiche personali che riguardano unicamente la persona stessa, come la propria vita interiore, il proprio equilibrio emotivo, la propria onestà a livello di rapporto con sé stessi. Il secondo livello è quello della famiglia. Qui dobbiamo trovare un equilibrio con la nostra affettività. A questo livello, inoltre, si deve contribuire per il sostentamento e la protezione dei membri della nucleo familiare, compito che tuttavia assai difficilmente può essere svolto senza l’aiuto di un branco. Ed è proprio sul terzo livello, quello del branco, che vogliamo concentraci nel presente documento.

Il branco rappresenta qualcosa di essenziale per la nostra sopravvivenza. Anche se viviamo in una società industrializzata e civilizzata, infatti, i nostri bisogni biologici sono rimasti intatti. Tali bisogni sembrano essersi modificati ad un livello superficiale, ma in realtà rimangono gli stessi a livello profondo. Un essere umano non potrà mai essere tranquillo se non sente di appartenere ad un branco. E la sua maggiore o minore tranquillità sarà legata alla maggiore o minore capacità del capo-branco, e a quanto gli sembra ben gestito il branco nel suo complesso (valore degli individui appartenenti al branco, loro giusta collocazione, e così via).

Che cos’è diventato il branco nella nostra società? Questa è una domanda davvero interessante, sulla quale tutti dovrebbero riflettere. I primi due livelli, quello individuale e quello familiare, si sono infatti modificati di poco dall’alba dei tempi, almeno da un punto di vista strutturale. Ciò che è stato completamente stravolto dalla cosiddetta civilizzazione è proprio il branco.

Ragionando a livello istituzionale, possiamo osservare che il branco primordiale sia è via via trasformato, passando dai clan, dalle città-stato, dai comuni, dai regni, fino ad arrivare agli attuali stati nazione. Gli stati nazione sono quell’entità che oggi, almeno a livello ideale, dovrebbe assumere il ruolo di branco per l’individuo. Essi infatti si occupano, o dovrebbero occuparsi, di alcune basilari necessità: protezione da attacchi esterni, giustizia interna, fornitura di sostentamento per l’individuo e la famiglia. Tutto ciò, ovviamente, in cambio di un certo impegno e di un certo comportamento da parte della persona.

Nella struttura primordiale del branco, tale impegno richiesto all’individuo era commisurato sia alle sue capacità, sia alle esigenze del branco stesso. C’era chi cacciava, chi raccoglieva i frutti naturali della terra, chi cucinava, chi puliva, e in seguito chi coltivava, chi allevava, e così via. Ognuno doveva dare il suo contributo, pena l’esclusione dal gruppo. Non erano tutte rose e fiori, però la struttura era biologicamente sensata, ragionevole, e priva di enormi ingiustizie.

Cos’è successo, con la cosiddetta evoluzione? Nei moderni stati, l’impegno richiesto per l’inclusione nel branco è diventato il lavoro salariato. Non a caso, il primo articolo della Costituzione Italiana dice che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. L’individuo lavora, ovvero guadagna denaro senza infrangere la legge. Il denaro provvederà ad alcuni suoi bisogni, come il cibo o il mantenimento di un’abitazione, mentre altri bisogni, come la sicurezza e l’istruzione, vengono garantiti dallo Stato. Ovviamente qui stiamo semplificando di molto la questione, ma in linea di massima possiamo affermare che il sistema di funzionamento sopra descritto è quello su cui sono stati fondati i moderni stati nazione.

Negli ultimi 30-40 anni, in stati moderni come l’Italia, sono intervenuti due importanti cambiamenti, che hanno messo in crisi il sistema sociale.

In primo luogo, è stata portata a termine la rivoluzione elettronica della produzione. Le fabbriche sono diventate sempre più automatizzate, e ciò a portato ad una riduzione imponente dell’occupazione nell’industria. Questo processo ha spostato ulteriormente l’offerta di lavoro verso il settore terziario che tuttavia, come si sta vedendo chiaramente, non può sopportare un’ulteriore aggiunta di forza lavoro senza diventare insensato e inefficiente. La burocratizzazione, la creazione dei famosi “carrozzoni statali”, il numero crescente di leggi, regole e norme senza senso, introdotte solamente per “dare lavoro” a qualcuno, sono alcuni degli effetti nefasti di questo processo. Tutto ciò è stato ben sintetizzato dall’importante e famoso libro dell’economista e sociologo Jeremy Rifkin, intitolato proprio “La fine del Lavoro”, e pubblicato già vent’anni or sono. Finché le popolazioni possono ottenere denaro tramite il lavoro, tramite questo denaro consumano e fanno funzionare l’economia, rendendo tutti contenti, almeno da un punto di vista materiale. Ma se non c’è lavoro per grosse fette di popolazione, come si fa? Tutto il gioco fordiano di produzione e consumo crolla. In particolare, si bloccano i consumi, come infatti sta succedendo. Rifkin spiega bene che il problema principale è il mancato arrivo del denaro alla popolazione, il che le impedisce di consumare, e quindi di far girare l’economia. Già qui ci troviamo quindi di fronte ad un problema molto grave, strutturale, non risolvibile senza importanti cambiamenti nello stato delle cose.

In secondo luogo, e questo punto è ancora più importante per comprendere la situazione attuale, gli stati nazione hanno progressivamente ceduto la propria sovranità in termini di politica monetaria. Questo punto è molto poco conosciuto dalla popolazione, ma ha conseguenze devastanti per l’economia complessiva di una nazione.

Vediamo per esempio cosa è successo in Italia. Dal dopoguerra fino agli anni 70, diciamoci la verità, si poteva vivere bene. Un solo salario in genere bastava e avanzava per mandare avanti una famiglia in modo dignitoso. Poi a un certo punto le cose cominciarono a cambiare. Prima vi fu l’introduzione dell’IVA, nel 1972, e già qui siamo di fronte ad un campanello d’allarme. Ha senso tassare anche i consumi, quando vi è già un’imposizione sul reddito? Perchè è stata introdotta? Quali benefici sociali ha portato questo nuovo (ed enorme) gettito fiscale? Domande sempre evitate da abili politici, che tra l’altro si sarebbero efficacemente difesi dicendo che in tutti gli altri paesi si faceva così.

Nel luglio del 1981 è avvenuto poi il divorzio tra il Ministero del Tesoro e la Banca d’Italia (ad opera, principalmente, di Andreatta e di Ciampi). Da quel momento lo Stato, non potendo più decidere quanto denaro stampare, ha di fatto avviato un processo che lo ha portato alla perdita della propria sovranità monetaria. Inoltre il debito pubblico, da mera scrittura contabile, è diventato qualcosa di reale, e a partire da quegli anni, guarda caso, è cresciuto esponenzialmente, e continua a crescere esponenzialmente anche oggi, aumentando continuamente la quota di interessi che noi cittadini dobbiamo pagare. Tutto questo processo, in sé gravissimo, è stato molto poco pubblicizzato dai media. Una volta data in mano alla Banca d’Italia la sovranità monetaria, infatti, la logica domanda che la gente si sarebbe posta è: ma di chi è la Banca d’Italia? Dello Stato? O di privati? Dopo anni di depistaggi e insabbiamenti, nel 2004 viene finalmente reso pubblico ciò che già si sospettava da tempo: la Banca d’Italia risulta essere privata al 92 %. In somma parte, è posseduta dai principali gruppi bancari italiani. In pratica, il sistema bancario gestisce la politica monetaria, e ha sé stesso come unico controllore. Noi cittadini, che teoricamente siamo i veri padroni dello Stato, dovremmo semplicemente fidarci…

Tornando al paragone precedente, notiamo che con questa cessione di sovranità, è mutata ovviamente anche la struttura di branco nella nostra società. A questo punto il capobranco non è più solo lo stato, ma è ufficialmente affiancato dal potere sovranazionale del sistema finanziario e bancario. Anzi, come abbiamo visto, chi realmente comanda è quest’ultimo, perché è la politica monetaria che impone la politica economica, la quale impone il sistema legislativo, e tutto il resto. Il potere politico viene ormai usato solo come facciata, necessaria per mantenere almeno una parvenza di democraticità, cosicché molti cittadini rimangano convinti di essere loro a decidere, tramite il voto popolare. Ma anche tralasciando la questione della democraticità del sistema in cui viviamo, possiamo renderci conto dell’assurdità e della gravità della situazione anche con semplici considerazioni di ordine pratico.

In qualsiasi organizzazione sociale, gli individui sono chiamati a donare parte del loro lavoro per l’utilità comune. In altre parole, in qualsiasi organizzazione sociale ogni individuo può dedicare parte del suo tempo e del suo lavoro a sé stesso e alle necessità della propria famiglia, e deve offrire parte del suo tempo e del suo lavoro alle necessità del gruppo. Nel sistema economico in cui viviamo, fino a che il potere di stampa della moneta è rimasto nelle mani dello stato, l’organizzazione del lavoro è stata svolta piuttosto efficacemente. L’istituzione statale, a fronte del guadagno personale, richiedeva il pagamento di un’imposta che, essendo proporzionale al reddito, consentiva l’elargizione dei servizi essenziali a tutti.

Questa dualità tra lavoro svolto per se stessi e per la propria famiglia, e lavoro svolto per il bene comune, è ragionevole, tuttavia, solo se si mantengono le giuste proporzioni. Nel passato, per esempio, in molti periodi e in molti luoghi è stata in vigore la decima, ovvero il contadino doveva pagare al signorotto un decimo del suo raccolto, in cambio di protezione e giustizia. Oggi invece, nel nostro evoluto mondo moderno, quanto paghiamo al signorotto? Stime reali, che considerano tutti i tipi di tasse, sul reddito, sul consumo, sul possesso e uso dei beni, dicono che la reale imposizione fiscale in Italia è tra il 70 e l’80 %. Altro che decima.

Con la privatizzazione della moneta si è verificata inoltre un’altra curiosa tendenza. Le nuove tasse introdotte non sono più state proporzionali al reddito bensì, tendenzialmente, tasse di tipo indiretto, ovvero uguali per tutta la popolazione. Con ciò si è reso evidente il fatto che le tasse sono diventate la reale garanzia sul debito pubblico. Questa immensa massa monetaria va quindi ad alimentare continuamente la truffa del sistema bancario, e finisce nel grande calderone della finanza, ovvero nelle mani dei ricchi (quando, qui e più avanti, si parla di ricchi, si intendono in realtà i super-ricchi, coloro che ormai agiscono in modo quasi esclusivo nella finanza, e non certo il cittadino benestante che si è moderatamente arricchito tramite il lavoro). In altre parole, il lavoro degli individui è diventata la garanzia sul debito del signorotto, e quindi ci spacchiamo la schiena per regalare gran parte dei frutti del nostro lavoro a chi possiede già tutto. E dobbiamo anche ringraziare per questo, perché almeno “abbiamo un lavoro”, mentre a ben vedere si tratta di una forma complessa e astrusa di schiavismo.

In più, ci stanno ingannando anche su un’altra questione. Dopo aver volutamente fatto scoppiare il debito pubblico, ci hanno detto che ora per ripagarlo non bastavano più le tasse, ma era anche necessario vendere beni dello Stato e privatizzare i servizi pubblici. Queste vendite, sempre effettuate in situazioni poco chiare, si rivelano quasi sempre delle svendite, degli immensi affari per i ricchi che comprano, delle grandi fregature per la gente comune. Inoltre, sono totalmente inutili al fine di ridurre il debito pubblico, che infatti continua sempre la sua inesorabile crescita esponenziale. Anche questo è solo un altro modo per trasferire la ricchezza dai poveri (i beni dello Stato sono di tutti) ai ricchi.

Nel 2014 il patrimonio stimato degli 80 uomini più ricchi del mondo era uguale a quello dei 3 miliardi e 500 milioni di individui più poveri. Quanto dobbiamo ancora andare avanti tanto con questa vergogna prima di renderci conto che è necessario imboccare una strada diversa? Ovviamente la speranza è che prima o poi chi prende le decisioni dall’alto cambi politica economica e monetaria, spostandosi verso scelte in grado di riportare una più equa distribuzione delle ricchezze. Non si può tuttavia vivere di sole speranze, bisogna anche agire per essere pronti nel caso in cui tale cambio di strada non avvenga.

Tendenze globali e tendenze locali

L’Italia non è il solo paese a trovarsi nella situazione sopra descritta. In realtà, tutto il mondo si trova più o meno sulla stessa barca, perché tutto il mondo deve, in misura maggiore o minore, sottostare al sistema finanziario e bancario globale. L’unica differenza è che paesi grandi esportatori, come la Russia, la Cina, o la Germania, possono mitigare l’ingerenza bancaria grazie al costante flusso entrante di massa monetaria. Tenendo quindi il loro debito pubblico più basso, possono anche mantenere la pressione fiscale ad un livello accettabile. Paesi come l’Italia, invece, con un normale equilibrio tra import ed export, si trovano sempre più nella morsa del debito, senza possibilità di via d’uscita. Anche riguardo all’occupazione il discorso è simile: i paesi esportatori hanno ancora un tasso di disoccupazione piuttosto basso, mentre negli altri paesi è sempre più alto. In pratica siamo in un sistema basato sul lavoro, in cui però il lavoro, almeno nella sua concezione classica, sta scomparendo.

Anziché affrontare questi gravissimi problemi strutturali, i leader delle nazioni del mondo, evidentemente istruiti sapientemente dal sistema finanziario e dal loro clero (gli economisti), preferiscono spostare l’attenzione delle masse su altre questioni. Con la complicità criminale dei mass-media, per esempio, viene costantemente applicato il principio del “dividi et impera”, in modo che la popolazione sia impegnata in una continua guerra tra poveri, lasciando i ricchi in pace a godersi i frutti della lotta. Basta riferirsi all’attualità per vedere come vengono sapientemente costruiti gli scontri tra le varie anime sociali (cristiani contro musulmani, imprenditori contro dipendenti pubblici, occidente contro oriente, e così via). Tutto è finalizzato alla creazione di paura tra gli strati bassi della popolazione, così da spingere l’individuo in un angolo, pronto a delegare sempre più potere ad istituzioni sovranazionali pur di sentirsi più sicuro. Vediamo due esempi di attualità internazionale per evidenziare quanto detto.

Cominciamo con la crisi in Ucraina. Si tratta di una nazione da sempre sotto la sfera di influenza russa, con un 25-30 % di popolazione russa, e il restante ucraino. Ucraini e russi hanno da sempre convissuto in assoluta pace. Una dimostrazione di ciò è la famosa donazione di Stalin della Crimea alla Ucraina: ucraini e russi erano talmente vicini da risultare quasi interscambiabili. E’ bene, inoltre, far presente un fatto: l’Ucraina era una nazione già in grave crisi economica prima dell’aprile del 2014, quando sono cominciati gli scontri nella parte orientale. La popolazione da tempo chiedeva più giustizia sociale, più lavoro, una speranza per il futuro, perché la situazione già allora non era per niente buona. I leader ucraini, anziché cercare di porre rimedio ai problemi, hanno preferito applicare il principio del dividi et impera, iniziando un’assurda guerra civile con i cugini russi. Chi ha giovato di questa situazione? La popolazione? Ricordiamoci che la guerra porta sempre immense opportunità di guadagno per gente senza morale, senza onore e senza scrupoli.

La situazione in Ucraina, con le conseguenti e insensate sanzioni alla Russia (che i paesi europei sono stati obbligati ad applicare dagli Stati Uniti), sta portando gravi conseguenze anche all’Italia, e in generale a tutti i paesi Europei. Mettere sanzioni, tra l’altro giustificate sulla base delle solite menzogne, al maggior fornitore europeo di energia, è una scelta la cui stupidità può essere compresa perfino da un bambino. La base di ogni sistema industriale funzionante e competitivo è infatti l’accesso ad ampie forniture di energia, ed a basso costo. Se non avessimo avuto in Italia il grande Enrico Mattei, che ha voluto mantenere statale l’energia scoperta in Italia e trovata dall’Eni nel mondo, non ci sarebbe potuto essere il boom industriale degli anni 50 e 60. Un Europa che dovrà acquistare a caro prezzo l’energia si troverà presto completamente fuori gioco nella competizione industriale globale.

Consideriamo poi i recenti avvenimenti di Parigi. Anche tralasciando le solite incoerenze della versione ufficiale dei fatti, concentriamoci un attimo su quali ne sono le conseguenze per i popoli europei. I rapporti tra musulmani, cristiani, ed ebrei, tra immigrati e cittadini autoctoni, in Francia e in generale in Europa, diventeranno indubbiamente sempre più tesi. E in un Europa sempre più in crisi economica, i malumori sempre crescenti della popolazione potrebbero più facilmente essere incanalati verso sentimenti di odio inter-religioso, oppure verso lo “straniero”. Non so se la popolazione europea è abbastanza matura da non farsi trascinare in questi scontri senza senso, che non risolvono in nessun modo i problemi, anzi li aggravano.

A livello locale, invece, cosa possiamo osservare? Indubbiamente, le persone sembrano avere una sempre crescente sfiducia verso le istituzioni esistenti. In molti cominciano ad accorgersi di essere continuamente presi in giro. E in molti hanno assunto nei riguardi del futuro un atteggiamento di totale scoraggiamento. D’altronde, è come se ci trovassimo in una situazione in cui il nostro capo branco si rivela sempre più menzognero, sempre più esigente nei nostri confronti e, almeno all’apparenza, sempre più potente. Come potremmo stare bene in questa situazione? Come potremmo stare tranquilli? La nostra stessa biologia ce lo impedisce, e ci spinge ad agire. Purtroppo, le persone non sembrano vedere una possibile via d’uscita: o si segue questo andazzo passivamente, oppure si deve fare una rivoluzione violenta. Altre alternative non sembrano esserci, ma in realtà forse dobbiamo solo essere un po’ più consapevoli, e un po’ più creativi. In lingua cinese, crisi e opportunità sono la stessa parola: dovremmo ricordarcelo.

Finalità del documento: il concetto di Comunità

Consideriamo il cittadino medio di un comune come quello di Laveno Mombello, nell’odierna situazione. Anche se ha ancora un lavoro, e quindi i mezzi per sostentarsi, vede chiaramente che la società non è ben gestita. Di solito, tutto ciò si traduce in una costante lamentela, sui politici, sulla burocrazia, sulla televisione, su quasi ogni cosa. Tutti criticano il capo-branco, e allo stesso tempo tutti si reputano impotenti. E questa impotenza, bisogna dirlo, si basa su un fondo di verità: cambiare l’andamento delle cose sembra impossibile, e i pochi che hanno tentato di farlo, come il sopra citato Mattei, sono stati fatti sparire, anche usando metodi estremi. Forse tuttavia sfidare direttamente il sistema non è la via più corretta per cambiare le cose.

D’altronde il sistema in cui viviamo, a osservarlo imparzialmente e senza rabbia, non ha caratteristiche del tutto oppressive. Non siamo, per esempio, in un sistema in cui lo Stato e il sistema bancario pretendono di occupare in modo diretto il tempo delle persone, come avveniva spesso nei regimi totalitari. Se troviamo il modo di procurarci onestamente di che vivere, possiamo impiegare il restante tempo libero nel modo che preferiamo. Queste libertà, che il sistema ci concede, possono essere da noi sfruttate sotto due aspetti.

Prima di tutto, dovremmo rispondere sinceramente alla domanda: che cosa ci serve per vivere? E, andando ancora più nello specifico, dovremmo chiederci: di quanto denaro ho bisogno per procurarmi ciò che mi è necessario? Abbiamo visto che il sistema dei commerci è in mano al sistema finanziario e bancario mondiale, e che si stanno portando avanti chiaramente politiche economiche atte a favorire sempre più il grosso, a danno del piccolo. Si tratta di un gioco truccato, ma di un gioco ormai talmente enorme che la sua caduta, senza un adeguato paracadute, provocherebbe indicibile sofferenza per tutta la popolazione della Terra. La strada è secondo me un’altra. Cosa fa una persona intelligente quando capisce che il gioco a cui sta giocando è truccato? Non mette una bomba sotto il casinò, cambia semplicemente gioco.

Certo, non è possibile dall’oggi al domani fare a meno del denaro. Però una cosa la possiamo fare: cominciare un processo. Possiamo cominciare a chiederci di quali cose, che costano denaro, possiamo fare a meno. E’ un processo graduale, ma che porterà a grandi soddisfazioni. Chi affronta questo processo si rende conto infatti a poco a poco di quanti bisogni sono stati indotti. E ogni volta che si abbandona un bisogno indotto e innaturale si prova una sensazione deliziosa, come di chi si libera finalmente dalla dipendenza da una droga, o di chi si sveglia da un’ipnosi fastidiosa. Facciamo un esempio semplice, tanto per capirci. Prendiamo l’innumerevole serie di prodotti chimici che ci hanno propinato come indispensabili per mantenere pulita la casa. E’ veramente così? In quanti hanno provato a togliere il calcare con l’aceto, anziché con quelle porcherie? Io ho provato, l’aceto funziona meglio.. Ci sono prodotti naturali e a costo zero in grado di pulire ogni cosa, meglio di tanti costosissimi detersivi. E questo è solo un piccolissimo esempio del lavaggio del cervello che abbiamo subito. Non dimentichiamoci che la nostra generazione è il frutto di 70 anni di bombardamento pubblicitario, e la pubblicità non è altro che questo: creare un bisogno.

Possiamo poi porci un altra domanda, possiamo chiederci per quali altre cose possiamo trovare un sostituto del denaro. Per esempio, se mia figlia ha problemi col latino, prima di pagare lezioni private posso guardarmi in giro, e magari trovo un conoscente latinista che ha invece un figlio asino in matematica. Io do lezioni a suo figlio, lui a mia figlia, entrambi non spendiamo denaro, entrambi abbiamo soddisfatto il nostro bisogno. Bisogna a poco a poco entrare in un’altra ottica, perché ci hanno ripetuto fino alla nausea che senza il denaro non si fa niente. Non c’è menzogna più grande. Senza gli esseri umani che gli danno valore, il denaro è concime per i polli.

Se questa nuova visione delle cose si diffonde, si avranno diverse ricadute positive per i cittadini di Laveno Mombello. Si aumenterà, nel complesso, la resilienza del nostro territorio. Che cos’è la resilienza? E’ un concetto che esprime la capacità di un territorio di far fronte a problemi e minacce esterne. Per esempio una minaccia esterna potrebbe essere, anche in riguardo a quanto detto prima, una possibile crisi energetica a seguito di inasprimento delle tensioni con la Russia. Non voglio dare giudizi su un progetto che non conosco, ma se fosse stata portata a termine la centrale a biomassa che il comune aveva in progetto, saremmo stati, a seguito di un aumento sconsiderato del prezzo del gas, di certo più resilienti.

E’ chiaro che ogni iniziativa, se presa singolarmente, sembra più o meno irrilevante. Ma unendo tutte le iniziative coerenti con questa visione si possono, a mio parere, raggiungere notevoli risultati in termini di benessere per il popolo, ricreando un nuovo concetto di comunità. Molti piccoli rivoli, come si dice, fanno un grande fiume. A livello biologico, ciò significherebbe occuparsi a poco a poco della crescita di un nuovo branco. Tale branco si baserà su principi diversi rispetto a quello esistente: cooperazione, anziché competizione, fiducia, anziché sospetto, e equilibrio, anziché continua e insensata crescita. Esso viaggerà parallelo a quello esistente, non in contrasto, ma pronto a sostituirlo nel momento del bisogno. In questo modo la transizione avverrà nel modo più indolore possibile.

Il ruolo della struttura comunale all’interno del progetto è essenziale. Se le singole iniziative, e il progetto nel suo complesso, avranno il benestare e la collaborazione del Comune, allora è possibile almeno partire, e vedere dove si arriva. La struttura comunale, nell’idea del progetto, pur mantenendo sostanzialmente inalterato il suo ruolo burocratico e istituzionale, dovrà a poco a poco recuperare anche la fiducia della popolazione, e riassumere quel ruolo primordiale di centro della comunità locale. Solo il comune può svolgere questo ruolo, perché è l’unica istituzione completamente imparziale, dedita unicamente al bene di tutta la popolazione, senza distinzioni di sorta. Chiunque viva o lavori a Laveno Mombello dovrà avere la possibilità di partecipare alla comunità locale.

Altri comuni, in Italia e nel mondo, si stanno cominciando ad attrezzare nella direzione di cambiamento qui descritta. Ha avuto un discreto successo, per esempio, il cosiddetto movimento per la transizione, nato e diffusosi inizialmente in Inghilterra. Tale movimento è nato ancor prima dell’attuale crisi economica. I suoi promotori si erano già attivati perché consideravano come inevitabile la transizione che prima o poi dovremo compiere da un’economia fondata sul petrolio, e basata sulla grande produzione e sulla grande distribuzione, ad un’economia locale. Il concetto di base è stato quello di attrezzarsi per tempo, così da effettuare questa inevitabile transizione nel modo più indolore possibile. Tale idea è stata ovviamente rafforzata dalla crisi mondiale odierna. Il progetto è stato avviato in municipalità piccole, paragonabili a Laveno, ma anche in città di discrete dimensioni come Bristol. Le iniziative portate avanti sono innumerevoli, e anche se hanno avuto alterna fortuna, hanno contribuito a diffondere tra la popolazione concetti importanti, e un nuovo tipo di speranza per il futuro. Ci sono stati anche vari progetti di monete locali, di cui però parleremo più avanti.

Anche in Italia si sta diffondendo il movimento inglese di transizione. Molte città, tra cui Torino, Bologna, Reggio Emilia, si sono dichiarate città in transizione, avviando varie iniziative.

In tutti i progetti sopra citati, l’informazione ha avuto un ruolo fondamentale. Tutti sono partiti con una grande manifestazione iniziale, in cui venivano spiegate le finalità del progetto, la sua utilità e i passi per la sua realizzazione. Non è detto che sia essenziale organizzare una manifestazione, si può procedere anche in altro modo, magari sfruttando la stampa locale, tuttavia una corretta comunicazione alla popolazione resta di primaria importanza. Il concetto di comunità si deve, a mio parere, ricreare in modo graduale, facendo partire diverse iniziative utili, tutte unite dallo stesso spirito di base, e tutte precedute da un’adeguata informazione.

Nei prossimi paragrafi verranno indicate alcune idee, accomunate da uno stesso obiettivo: aumentare la resilienza del territorio. Un resilienza massima vorrebbe dire che il nostro territorio è diventato autosufficiente, almeno per i bisogni fondamentali. Per questo, nella classificazione dei progetti, si è usata la parola autonomia. E’ chiaro che non si può raggiungere l’autonomia alimentare, o energetica, dall’oggi al domani, però è bene tenere essa come obiettivo finale. Tali progetti vanno intesi solamente come idee, ancora nella fase iniziale e ancora suscettibili di modifiche, perché la loro effettiva fattibilità dipenderà da diversi fattori. Sono idee rigide nella finalità, ma malleabili nella loro realizzazione.

Inoltre, tali idee dovranno rappresentare, almeno nei miei obiettivi, soltanto un inizio, utile per far comprendere la mentalità che sta alla base del progetto complessivo. Una volta che sempre più persone comprenderanno la mentalità, nasceranno da loro altre idee. La speranza è quella di creare una sorta di circolo virtuoso, che porti sempre più persone ad impegnarsi in questo progetto di ricreazione di una comunità locale.

Progetti per l’autonomia alimentare

  • Sistema di orti e frutteti esistenti. Il comune potrebbe incentivare un’organizzazione degli orti e dei frutteti privati presenti nel territorio. Potrebbe incentivare i coltivatori a registrarsi, e a portare le eccedenze in un luogo stabilito per la distribuzione.

  • Sistema di orti e frutteti comunali. Il comune potrebbe analizzare il proprio territorio in cerca di terreni adatti da concedere in concessione gratuita a chiunque, cittadino privato, voglia coltivare. Tali terreni potranno essere comunali, demaniali (se possibile) o di privati che partecipano al progetto. Parte del raccolto, per esempio la metà, rimarrebbe al coltivatore, mentre il resto verrebbe portato nel luogo stabilito per la distribuzione. Agendo in questo modo, si otterrà anche una manutenzione gratuita del territorio. Molte aree potrebbero essere salvate dall’incuria e dal rischio idrogeologico, riprendendo vita.

  • Costruire un grande orto comunale. Il comune potrebbe anche impegnarsi direttamente nella coltivazione. L’ideale sarebbe costruire una grande serra, in grado di fornire prodotti per quasi tutto l’anno.

Se tutto ciò viene portato avanti, si potrà creare nel luogo di distribuzione una sorta di mercato di frutta e verdura locali (da valutare il rapporto con gli attuali venditori di frutta e verdura, che potranno essere coinvolti nel progetto, al fine di non ricevere danno per la loro attività).

Inoltre, il comune a questo punto potrebbe anche prendere in mano la raccolta della frazione umida dei rifiuti, che verrebbe utilizzate direttamente in loco per la fertilizzazione dei terreni.

  • Sistema di piccolissimi allevatori. Il comune potrebbe analizzare il territorio alla ricerca di possibili piccoli allevatori di pollame e conigli, ovini o suini, con annessa piccola macellazione locale. Si potrebbe concordare una piccola fornitura di tale carne, gestita dal comune. Anche per eventuali apicoltori si potrebbe fare lo stesso discorso.

Il comune dovrebbe cercare di organizzare le eccedenze di qualsiasi tipo di cibo, in modo da ridurre al minimo lo spreco. Il cibo raccolto dovrà essere sapientemente gestito, e potrà contribuire alla fornitura delle mense presenti sul territorio, per esempio quelle scolastiche. In prospettiva, e se ci saranno gli spazi adeguati, si potrebbe pensare anche di organizzare una mensa comunale.

  • Incentivare la raccolta e la distribuzione dei frutti naturali. Il comune potrebbe organizzare feste alimentari in linea con i ritmi della natura: funghi, castagne, frutti di bosco. Volontari tra la popolazione potrebbero occuparsi della raccolta, e poi portare i loro frutti nei mercatini.

Nel complesso, il comune dovrebbe incentivare ogni tipo di produzione e di consumo locale di cibo. E’ necessario studiare ogni possibile iniziativa a tale scopo.

  • Accordarsi con altri comuni limitrofi per progetti più grandi. Il comune potrebbe anche pensare a progetti più grandi, con coltivazioni di medie dimensioni, per esempio di mais o grano. Il trattamento del raccolto è tuttavia in questi casi più complesso, e richiederebbe presumibilmente un accordo con altri comuni, e con altre entità esterne (anche se limitrofe) al territorio.

  • Opporsi con ogni mezzo, anche estremo, ai progetti di privatizzazione dell’acqua (che, nonostante il referendum, rimangono negli obiettivo dei nostri “governanti”) o alla svendita di altri beni pubblici.

I cittadini che parteciperanno ad una o più delle iniziative proposte dovranno, a mio parere, avere due tipo di incentivi. Anzitutto, se hanno capito il progetto complessivo, saranno incentivati dal fatto di aver compreso che un’organizzazione diretta delle cose è il modo più sano e sicuro per uscire dalla grande crisi in cui ci troviamo. Secondariamente, almeno nel primo periodo, dovranno avere piccolo vantaggio economico. Per esempio, che va a cercare i funghi e li porta ad una festa organizzata, dovrà poterli vendere, avendo così un minimo di guadagno. L’evoluzione auspicata verso un sistema monetario alternativo e locale verrà poi trattata negli ultimi capitoli.

Progetti per l’autonomia energetica

  • Revisione delle spese energetiche comunali. Si dovrà analizzare dettagliatamente la spesa elettrica e di riscaldamento di tutte le strutture comunali (uffici, asili, scuole), oltre alle spese di illuminazione pubblica dei cimiteri e delle strade, al fine di provvedere ad una sostanziale riduzione delle spese. Si otterranno in questo modo due finalità: anzitutto il comune farà da esempio, applicando prima di tutto su se stesso le politiche che auspica per il territorio. Inoltre, la riduzione delle spese potrebbe portare ad un allentamento della pressione fiscale sulle famiglie del territorio.

  • Trovare un modo per incentivare il riscaldamento a legna. Il comune dovrebbe adoperarsi per aumentare la percentuale di abitazioni e strutture che utilizzano la legna per riscaldarsi. La legna è, infatti, l’unica fonte energetica, tra quelle attualmente più utilizzate, che è presente nel nostro territorio.

  • Trovare un modo per favorire le ditte locali. Per quanto riguarda tutti gli interventi di risparmio energetico (sostituzione impianti obsoleti, interventi di riduzione dello spreco energetico, e così via), già incentivati dallo stato, si dovrebbe cercare di favorire in qualche modo le ditte operanti sul territorio. Se l’obiettivo è essere autosufficienti, è importante mantenere e incentivare certe competenze essenziali.

  • Rivedere il sistema di trasporti. Anche il sistema dei trasporti può essere rivisto, alla ricerca di inefficienze (il tele-lavoro è possibile per qualcuno?), sia analizzando i pochi mezzi comunali, sia diffondendo e incentivando una modalità di gestione più sensata del mezzo privato (per esempio, car pooling o car sharing).

  • Potenziare il centro auto elettriche. Il punto di noleggio auto elettriche, già presente, potrebbe essere maggiormente integrato con le iniziative comunali, e potrebbe anche essere ingrandito per esempio con l’aggiunta di un noleggio biciclette, elettriche e non, in particolare nel periodo estivo.

Il comune dovrebbe poi assumere un atteggiamento estremamente aperto verso qualsiasi iniziativa, anche innovativa, che vada verso la micro-generazione di energia. A parte o sistemi noti (solare, micro-eolico) negli ultimi anni si stanno moltiplicando studi su sistemi di produzione energetica alternativi, che tuttavia non riescono a finanziarsi e diffondersi come meriterebbero per via della assoluta rigidità del sistema energetico mondiale (in altre parole, se qualcuna inventasse la famosa energia libera, o anche solo una produzione energetica più efficiente di quella attuale, i petrolieri e i grandi controllori mondiali dell’energia finirebbero ben presto all’ospizio dei poveri, e ciò non è per loro accettabile). Può succedere che qualche cittadino lavenese, particolarmente ingegnoso e volenteroso, si adoperi nella ricerca in tal senso. In tal caso dovrà avere l’assoluta collaborazione da parte del comune. Sono convinto che in vari campi, come nello studio del magnetismo, o in tutto il mondo delle trasmutazioni atomiche a debole energia, ovviamente pochissimo conosciute dalla massa, potremmo avere in futuro lietissime notizie nel campo della produzione di energia.

  • Progetti più grandi in coordinamento con altri comuni. Accordandosi con i comuni limitrofi, si potrebbero poi studiare progetti più grandi: piantagioni di bio-combustibile, pale eoliche in aree particolarmente ventose, micro-idroelettrico, sfruttamento delle correnti del lago.

Progetti di cooperazione sociale

  • Ridistribuzione delle merci usate. Il comune dovrebbe studiare iniziative per incentivare la circolazione di merci usate. Il concetto stesso di rifiuto è innaturale, e una sana comunità locale dovrebbe adoperarsi in ogni modo per ridonare nuova vita alle merci usate. Si potrebbero anzitutto mettere in piedi mercatino del baratto, in cui i cittadini portano le merci che non usano (ovviamente in condizioni decenti) e se le scambiano.

  • Istituire settimanalmente (o mensilmente) la serata degli scarti. Seguendo la stessa logica di sopra, si potrebbe stabilire una serata in cui chiunque può posizionare fuori casa scarti che potrebbero essere raccolti e riciclati da qualcun altro, in particolare vecchi elettrodomestici o rifiuti ingombranti in metallo e legno. Il riciclo, in questa occasione, sarebbe totalmente lasciato alla libertà, all’inventiva e all’iniziativa del privato cittadino. Quello che non viene raccolto viene riportato in casa e, se per lungo tempo non risulterà interessante per nessuno, potrà essere consegnato agli attuali sistemi di smaltimento.

  • Mercatini per la vendita di piccoli manufatti, costruiti sul territorio. L’idea è quella di incentivare la laboriosità delle persone in termini di piccolo artigianato domestico, anche di tipo artistico. Molti avrebbero delle idee, però si bloccano sul nascere perchè non sanno in che modo distribuire i loro manufatti. Se il comune prendesse in qualche modo a cuore questa produzione locale, tramite per esempio l’organizzazione di mercatini, si potrebbe diffondere questa senza dubbio utile e piacevole tendenza.

  • Iniziative in collaborazione con i produttori e i commercianti. Il comune potrebbe organizzare un sistema di raccolta delle merci eccedenti o invendute degli esercizi commerciali del territorio, così da ridurre la produzione di rifiuti (con magari anche una conseguente riduzione della tassa rifiuti, oggi fuori misura, per i commercianti), e nello stesso tempo aiutare persone che non possono permettersi di accedere a determinati beni.

Anche qui, nel complesso, come già detto per il cibo e l’energia, il comune dovrebbe incentivare ogni tipo di produzione locale, soprattutto se si tratta di merci direttamente consumabili sul territorio.

  • Iniziative per la condivisione del sapere e delle competenze. Anche in questo campo il comune dovrebbe muoversi su più fronti. Potrebbe istituire corsi, magari con l’ausilio della biblioteca, in cui cittadini lavenesi volontari condividono il loro sapere in vari campi utili alle finalità del progetto: agricoltura, allevamento, risparmio energetico, e così via. Il comune dovrebbe nel tempo diventare una fonte continua di informazioni utili in materia di autonomia e di risparmio.

  • Iniziative di aiuto e assistenza comunitaria. Strutture come la banca del tempo andrebbero prese sotto la supervisione comunale, e inserite nel progetto complessivo.

In particolare, visto il loro elevato numero, sarebbe opportuno organizzare servizi dedicati agli anziani. L’anziano ha spesso molto da insegnare in termini di esperienza e competenze, ma nel momento del pensionamento si trova spesso relegato ai margini della società. Il comune dovrebbe cercare di invertire questa tendenza, con iniziative di vario tipo:

  • accompagnamento e aiuto tra anziani: i più in gamba potrebbero aiutare chi ha difficoltà, dando compagnia, conforto, facendo la spesa o piccoli lavori domestici;

  • insegnamento degli anziani: gli anziani potrebbero spiegare ai giovani il loro lavoro (elettricisti, idraulici, ecc.) in corsi gratuiti;

  • insegnamento per gli anziani: gli anziani potrebbero essere iniziati alle nuove tecnologie, in particolare all’uso di Internet, tramite brevi corsi appositi tenuti da giovani volontari;

  • occupazione sociale degli anziani: gli anziani potrebbero essere occupati a pulire o a tenere in ordine varie aree comunali, a controllare la regolare uscita dei bambini nelle scuole, a dare un’occhiata che nei parchi non avvenga qualcosa di spiacevole, e così via.

Il comune potrebbe inoltre rivedere la gestione degli asili nido e delle scuole materne. A fronte di carenza strutturali, il comune potrebbe organizzare servizi di micro-asilo, in cui privati ospitano nelle loro case pochi bambini. Un servizio di questo tipo, supervisionato dal comune, risolverebbe con pochissima spesa l’eventuale mancanza di strutture essenziali.

Il comune potrebbe anche fornire uno sportello specificatamente dedicato agli stranieri che vivono o stazionano sul territorio. Anch’essi andrebbero informati del progetto complessivo e delle varie iniziative, soprattutto quelle relative al baratto, al riciclaggio e allo scambio di piccoli manufatti.

Le basi per un’economia del territorio

Se le iniziative proposte qui, aggiunte a tutte le idee di chiunque capisca il progetto, verranno realizzate in numero sufficientemente grande, allora si potrà cominciare a parlare di economia del territorio. Tale economia andrà ad affiancarsi all’economia tradizionale, sostituendola prima di tutto in quegli aspetti in cui essa risulta estremamente ingiusta e inefficiente, in termini di equità, corretta gestione del territorio, e salvaguardia del benessere delle persone.

Il diffondersi di un’economia del territorio alternativa porterà all’opportunità di dotarsi anche di un sistema di moneta locale. Ma perché è così importante creare una moneta locale? Il denaro, in un sistema economico, è come il sangue nel corpo umano. Se non circola per rifornire tutte le cellule, l’intero organismo deperisce. Ora ci troviamo in una situazione in cui pochi soggetti stanno ammassando enormi quantità di denaro senza spenderlo, quindi è come se vivessimo in un organismo in cui gran parte di noi semplici cellule deperiamo, mentre al contrario alcune rarissime cellule hanno attaccati immensi grumi di sangue, che tra l’altro non usano. Davvero uno spettacolo sgradevole, e senza senso.

Come già detto, se andiamo a guardare, siamo in una fase definibile come l’opposto della carestia. Le aziende, soprattutto quelle medio-piccole, magari agricole, hanno spesso i magazzini colmi di merce che rimane invenduta, se non distrutta, perché non riescono a competere a livello internazionale. La disoccupazione, inoltre, può anche essere interpretata come una situazione in cui molte persone hanno tanto tempo libero, che potrebbero impiegare per produrre beni o servizi, e riceverne in cambio, ma che è impossibilitata a farlo perché gli mancano i soldi per dar corso alle transazioni. In realtà quindi noi produciamo già più risorse più di quello che ci serve, e abbiamo anche il tempo per crearne di ulteriori: l’unica risorsa scarsa sono i soldi.


Nel nostro sistema economico tutte le aziende e tutti i soggetti sul mercato del lavoro, ormai, competono solo per il denaro; non esiste competizione di altro tipo. E se il denaro è diventato l’unico valore, l’unica posta in gioco nella competizione globale, allora è ancora più necessario studiare un altro tipo di denaro, e di sistema economico. Progettare una moneta differente significherebbe riorientare, almeno potenzialmente, gran parte dello sforzo collettivo verso la produzione reale e il lavoro utile, anziché disperderlo nel buco nero della finanza.

Proviamo a ragionare su questo esempio. Se io vado in un hotel a Laveno e con una banconota da 100 euro e prenoto una camera per la notte, con quella banconota l’albergatore pagherà il panettiere che quotidianamente gli fornisce il pane. Lo stesso panettiere poi esce di casa e va dal meccanico a riparare la macchina, il meccanico acquisterà un vestito dal sarto che, sempre con la stessa banconota, pagherà un venditore ambulante al mercato da cui acquista dei tessuti. Per mezzo di una sola banconota da 100 euro siamo riusciti in un solo giorno a scambiare 500 euro di beni e servizi. Con una sola banconota, che tuttavia io so essere soltanto un pezzo di carta. Da questo esempio possiamo capire tre cose:

  • il valore che attribuiamo al denaro è dato dalla fiducia che riponiamo in esso;

  • il denaro è solo una misura di valore;

  • tanto più il denaro circola tanta più ricchezza viene scambiata.

Di fatto già oggi noi usiamo contemporaneamente molte “monete”, anche se non le chiamiamo così, come i buoni pasto o i punti fedeltà dei supermercati. Tuttavia queste forme di moneta sono complementari alla moneta principale a corso forzoso (gli euro). Una moneta locale invece, non essendo per sua natura a corso forzoso, cioè non essendoci uno Stato che punisce chi non la accetta, si diffonde naturalmente in una ristretta area locale, rendendo possibile la creazione di ricchezza aggiuntiva per produttori, commercianti e persone che la accettano.


Le vie percorribili nella creazione di una valuta locale sono diverse, e la scelta più opportuna tra le varie possibilità dovrà essere individuata in base al tipo di economia che si viene a creare, al tipo di realtà in cui ci troviamo, e agli obiettivi che si vogliono raggiungere. Essa sarà comunque completamente diversa dall’attuale moneta in circolazione. Di sicuro, la proprietà della moneta all’atto dell’emissione dovrà essere del popolo, perchè è il popolo, con il suo lavoro ed impegno, a dar valore alla moneta, e non il sistema bancario (o un qualunque istituto di gestione). L’interesse sul denaro verrà totalmente bandito. E’ anzi probabilmente che si opterà per una moneta che si svaluta nel tempo, per favorire la circolazione e sfavorire la tesaurizzazione. I dettagli comunque, come detto, dovranno essere stabiliti dopo un’attenta analisi della situazione.

Alcune comunità impegnate nel movimento per la transizione in Inghilterra hanno pensato di far partire il progetto dalla creazione di una moneta locale. Le iniziative in tal senso hanno avuto successi altalenanti: a volte in breve tempo si è abbandonato tutto, altre volte la moneta locale ha resistito, e ha trovato una sua nicchia di utilizzo. Si hanno tuttavia di solito grosse difficoltà a rendere più grande il progetto, coinvolgendovi sempre più persone. La ragione di ciò è, a mio parere, che prima va creata un’economia, e solo dopo va introdotta la moneta. Anche a livello percettivo da parte della popolazione, in questo modo la moneta risulterà immediatamente utile, e non imposta dall’alto.

Ci sono molti esempi di monete alternative o complementari, in Italia e all’estero. Tali iniziative potranno essere attentamente studiate, al fine di trarre spunto dalle idee più riuscite e più affini alla situazione lavenese, e di non cadere nei medesimi errori. Proponiamo qui due esempi esteri che stanno avendo un discreto successo, e alcuni esempi italiani.

A Ithaca, nello stato di New York, già dal lontano 1991 hanno preso forma le Ithaca Hours (ore di Ithaca), su iniziativa di un cittadino, Paul Glover. Il progetto è nato inizialmente per contrastare lo strapotere di Wal-Mart, la famosa catene di grandi magazzini, attiva principalmente negli Stati Uniti. La tattica di Wal-Mart, ma anche di qualsiasi altra catena di grande distribuzione, è la seguente: costruisce un nuovo centro commerciale, tiene i prodotti sottocosto per un certo periodo, finché tutti i negozi locali, suoi competitori, sono falliti. Quindi ritorna ai prezzi normali. E’ una tattica usata innumerevoli volte, quasi sempre con successo. Proprio per contrastare tutto ciò, e dare ossigeno alle attività locali, sono nate le Ithaca Hours. Si tratta di una moneta complementare, il cui valore unitario corrisponde ad un ora di lavoro, e conseguentemente a circa 10 dollari americani, e che è spendibile in un arco di 50 chilometri attorno ad Ithaca. I commercianti locali accettano i pagamenti in Hours nella misura in cui riescono a pagare in Hours i fornitori. Più fornitori locali esistono, quindi, più si può diffondere la moneta alternativa. Le banconote Hour sono accettate da idraulici, falegnami, elettricisti, infermieri, medici, bambinaie, meccanici e da migliaia di fornitori di beni e servizi. Persino i proprietari terrieri affittano i terreni tramite le Hours. Più di 500 aziende e 100 organizzazioni no profit fanno parte del circuito. Si tratta di uno degli esperimenti meglio riusciti. Particolarmente efficace, non a caso, è stata la comunicazione del progetto, e le informazioni relative alla sua utilità. Alla base del suo funzionamento c’è infatti sempre stato un giornale, tirato in 6 mila copie e distribuito gratuitamente. Le Ithaca Hours sono state un modello per molte altre iniziative simili presenti negli Stati Uniti.

In Inghilterra, molto prima del movimento di transizione, erano già nate da alcuni cittadini idee per la creazione di un sistema di scambio locale. Il progetto ha preso poi corpo già negli anni ottanta con la creazione dei LETS ( local exchange trading system, sistemi di scambi locale). A differenza delle Ithaca Hours, in cui sono state stampate fisicamente le banconote, i sistemi LETS sono nati come un sistema di scambio centralizzato. In pratica, all’inizio c’era solo un addetto con un telefono e un quaderno: chi effettuava una transazione gli telefonava e lui la registrava, cosicché ogni partecipante aveva un suo personale ammontare di crediti. Se andava troppo in rosso, gli venivano negati i servizi finché non avesse pareggiato. Si trattava indubbiamente di un sistema poco pratico, che infatti ha avuto un impulso decisivo con l’avvento delle nuove tecnologie, in particolare Internet. Grazie alla rete, e ad adeguati sistemi software, gestire un sistema di scambi centralizzato è diventato molto più agevole. Oggi addirittura, nell’era degli smartphones, sarebbe ancora più facile mettere in piedi un sistema di pagamento, gestito da una semplice App (diminutivo per Application Software, programma di applicazione). Non a caso anche grandi aziende come Apple e Samsung si stanno adoperando in questa direzione. Diversi sistemi LETS non esistono ora solo in Inghilterra, ma anche in Australia, Canada, Ecuador, Venezuela, Francia (i SEL, Systèmes d’Échange Locale, sistemi di scambio locale), Germania (in cui sono presenti molti “Tauschring”, o cerchi di cambio, e anche monete vere e proprie come i Regiogeld), Giappone, Sud Africa, e molti altri paesi.

E in Italia come siamo messi? Il circuito che si è più diffuso è quello degli SCEC (Solidarità ChE Cammina), ora diventato Arcipelago SCEC e diffusosi un po’ in tutta Italia, a seguito dell’unione di diversi esperimenti di Buoni Locali. Si tratta di una valuta complementare, accettata in una misura variabili tra il 10 e il 30 % da una rete di negozianti e fornitori di servizi. Pur avendo una sua utilità nel far quadrare il bilancio di molte famiglie, questo tipo di valuta non è adatta per un progetto come quello descritto in queste pagine. Essa infatti è stata studiata più per consentire un risparmio alle famiglia che per rivitalizzare l’economia locale, sulla quale non ha sostanzialmente nessun effetto positivo.

Più interessante ai nostri fini, anche se di dimensioni di molto inferiori, è l’esperimento dell’ECO-Aspromonte. Si tratta di una valuta concepita per essere spesa unicamente all’interno del Parco Nazionale dell’Aspromonte, attiva dal 2003. La valuta è stampata in 4 semplici tagli, e gli acquisti in valuta all’interno del parco servono per rilanciare la filiera di prodotti locali.

E’ d’obbligo citare, infine, l’esperimento del grande professor Auriti. Nato nel 1923, Giacinto Auriti era un professore di giurisprudenza e un grande economista, purtroppo molto poco conosciuto dalla grande massa. Per tutta la vita cercò di diffondere le sue conoscenze in ambito economico e monetario. In particolare, studiò la questione della proprietà della moneta all’atto di emissione, mettendo in luce l’appropriazione indebita di tale proprietà da parte della Banca d’Italia, e in generale del sistema delle Banche Centrali. In data 8 marzo 1993, ha presentato un esposto-denuncia per truffa, falso in bilancio, associazione a delinquere, usura e istigazione al suicidio, contro la Banca d’Italia e contro l’allora governatore Carlo Azeglio Ciampi, alla Procura della Repubblica. La sentenza finale fu molto controversa: il tribunale, in pratica, diede ragione ad Auriti, ma non ritenne di procede nei confronti della Banca d’Italia perchè, sostanzialmente, si trattava di una situazione ormai consolidata. In pratica, le Banche Centrali non hanno il diritto di appropriarsi del valore della moneta all’atto di emissione, però siccome lo fanno ormai da troppo tempo non si può più procedere per cambiare le cose. Logico, no?

Auriti non si arrese, e per evidenziare ancora meglio la correttezza delle sue teorie effettuò un esperimento pratico. Nel 2000, nel piccolo comune di Guardiagrele (in provincia di Chieti, comune che ha tra l’altro dimensioni paragonabili a Laveno), in collaborazione col sindaco di allora, avviò l’iniziativa del SIMEC (SIMbolo EConometrico di valore indotto), una moneta alternativa che si svalutava nel tempo. Conscio della pericolosità del suo progetto per il sistema costituito, il giorno dell’inizio dell’esperimento Auriti comunicò a guardia di finanza e carabinieri ciò che stava facendo, non ricevendo nessuna obiezione. Dopo breve tempo, tuttavia, la sua moneta, sapientemente concepita, stava diffondendosi sempre più, e stava cominciando ad aiutare concretamente l’economia locale, rivelando di fatto la paurosa inefficienza e ingiustizia del sistema monetario costituito. I potenti, appena fiutato il pericolo, intervennero, intimando ai carabinieri di intervenire per smantellare l’intera struttura: 120 tra carabinieri e finanzieri si adoperarono alacremente per cancellare ogni traccia di questo pericolosissimo esperimento.

Conclusioni

Siamo consci di aver affrontato, nel presente documento, diversi argomenti che meriterebbero una trattazione più approfondita. Si è voluto tuttavia accennare a molti temi importanti, per cercare di capire se è possibile costruire una linea di azione condivisa. Le sfide che saremo chiamati ad affrontare nei prossimi anni saranno senz’altro impegnative, ma potranno essere superate se verranno individuati ideali comuni, oltre ad una comune comprensione della situazione odierna. Ciò che più sembra mancare nella società di oggi è una strada in grado di portarci fuori dal tunnel in cui ci troviamo, e questo fatto porta facilmente le persone verso sentimenti di impotenza e di disperazione. Se si individuerà un obiettivo comune, reale e auspicabile, se si riuscirà ad immaginare una società futura in cui è un piacere vivere, e non un peso, allora verranno risvegliate anche nuove energie. Quando si vede l’uscita del tunnel, non si sente più nemmeno la fatica, e si ritrova l’entusiasmo.

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Una risposta a Economia Locale

  1. Stephane Gossens ha detto:

    Le energie sono qui !! e sono tante, bisogna solo raggruparle 😉

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