L’evoluzionismo di Hamer

Le scoperte della Medicina Germanica sembrano, di primo acchito, appoggiare la teoria dell’evoluzionismo di Darwin. Osservando l’essere umano, e la vita in generale, si evidenziano infatti chiaramente vari “stadi evolutivi”, in tutte le creature. Tali stadi evolutivi si possono sempre osservare nell’ontogenesi, ovvero nel processo che dalla cellula uovo fecondata porta alla creazione dell’essere vivente adulto. E si può ragionevolmente supporre che anche la filogenesi, ovvero l’evoluzione della specie umana, abbia seguito un percorso evolutivo analogo. Riguardo al come le creature viventi evolvono, tuttavia, Hamer si differenzia chiaramente da Darwin, avvicinandosi di più alle teorie di un altro famoso evoluzionista, in realtà il primo evoluzionista, Jean-Baptiste Lamarck. E completando in modo logico, convincente e “rivoluzionario”, come vedremo tra poco, tali teorie.

La teoria di Darwin1, che è tra l’altro quella che viene insegnata nelle scuole, presenta l’evoluzionismo come frutto di “mutazioni casuali”. In pratica, secondo questa teoria, la natura continuamente farebbe “tentativi”, introducendo casualmente alcune modificazioni in una qualsiasi specie. Se queste modificazioni si rivelavano inadatte all’ambiente, e quindi uno svantaggio, l’individuo moriva e la mutazione andava persa. Se invece si rivelava un vantaggio in relazione al rapporto con l’ambiente, l’individuo viveva e trasmetteva quei determinati caratteri anche agli eredi. Ovviamente, per individuare casualmente le mutazioni giuste, la natura impiegava un numero incalcolabile di anni. Si tratta di una teoria che non è mai stato possibile provare in alcun modo, e che tra l’altro non contempla minimamente un’intelligenza nella natura e nel creato. Nella sua assurdità essa è, a ben vedere, perfettamente in linea con la mentalità che si è voluto diffondere in quest’epoca contemporanea, ovvero che non esiste intelligenza nel creato, ma solo nella mente umana.

La teoria di Lamarck2, che in realtà fu la prima teoria evoluzionistica, era già più sensata. Secondo Lamarck gli organismi, così come si mostrano in natura, sono in realtà il risultato di un processo graduale di modificazione che avviene continuamente sotto lo stimolo delle condizioni ambientali. Le leggi basilari della sua teoria sono due:

  • “legge dell’uso e del disuso”: un organo si sviluppa quanto più è utilizzato e regredisce quanto meno è sollecitato;

  • “legge dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti”: il carattere acquisito dall’essere vivente durante la sua vita viene trasmesso alla progenie.

L’esempio più comune proposto dai lamarckiani era quello delle giraffe. Perchè hanno il collo così lungo? La loro spiegazione era che la necessità di raggiungere foglie sempre più alte aveva portato, di generazione in generazione, ad un allungamento del collo. Essendo il collo costantemente sollecitato, a poco a poca si allungava, e questo allungamento veniva, in qualche modo, trasmesso anche alla prole.

Per lungo tempo la sua teoria fu contestata, perchè non sembrava vero che un carattere acquisito da un animale si trasmettesse alla sua progenie. Se un uomo, per esempio, durante la sua vita sviluppa tanto la muscolatura, questa caratteristica non sembrava affatto essere trasmessa ai suo figli. Inoltre, dopo la scoperta del DNA, per un certo periodo si suppose che esso fosse rigido e inalterabile per tutte le cellule di un individuo, dalla nascita fino alla morte. Ciò contraddiceva la nozione stessa di “carattere acquisito”, durante la vita, in seguito all’interazione con l’ambiente. Per questo si diffuse invece, ed è diffusa anche tuttora, la teoria di Darwin delle “modificazioni casuali”.

In realtà, le intuizioni dei lamarckiani erano sostanzialmente corrette. Erano piuttosto i rigidi dogmatismi dell’epoca (largamente presenti, purtroppo, ancora oggi) a non permettere un giusto inquadramento della questione. Negli ultimi anni infatti l’avvento dell’epigenetica ha portato ad una rivalutazione di Lamarck. Gli studi condotti evidenziano, in realtà, la possibilità di ereditare caratteri acquisiti dalla generazione precedente, tramite meccanismi che non intaccano le sequenze genomiche (DNA); ci si riferisce spesso a tali meccanismi come ‘eredità lamarckiana’. Lamarck, quindi, aveva ragione: doveva solo comprendere meglio il modo in cui nascevano, e in seguito si stabilizzavano, le modificazioni.

Le scoperte di Hamer hanno portato, anche in questo ambito, una rivoluzione, che purtroppo ancora in pochi accettano di vedere. Le cellule tumorali, infatti, non sono affatto cellule “impazzite” e “maligne” come si credeva, ma svolgono al contrario un importante compito quando il rapporto tra individuo e ambiente porta a situazioni inaspettate, di emergenza. E si sa che le cellule tumorali hanno un codice genetico (DNA) modificato rispetto alle cellule normali di un determinato organo.

Osservando le cose dal punto di vista hameriano, le cui scoperte si sono rivelate vere e verificabili, possiamo qui ipotizzare un completamento delle teorie evoluzionistiche di Lamarck. Se infatti avviene una qualsiasi modificazione ambientale permanente, alcuni programmi SBS potrebbero, nel giro di solo alcune generazioni, perdere il carattere di temporaneità, e diventare permanenti. A quel punto anche tutto il DNA dell’individuo sarà mutato, e avremo quello che viene chiamato “un salto evolutivo”. Ciò che si trasmette, quindi, sono quelle modificazioni dovute all’interazione sensata con un ambiente in continuo mutamento, non quelle modificazioni dovute a scelte personali di un individuo (come nel caso dell’aumento della massa muscolare).

Sulla base di queste considerazioni possiamo delineare alcune caratteristiche di quello che potremmo chiamare “evoluzionismo secondo Hamer”:

  • la vita è cominciata nell’acqua (primo utero), come affermano tutti gli evoluzionisti;

  • ogni specie vivente è in continua evoluzione, anche se i tempi di evoluzione possono essere molto diversi da specie a specie;

  • i programmi SBS offrono possibili “alternative”, o “miglioramenti” rispetto al progetto originario della specie (DNA della specie), in risposta alle mutevoli condizioni ambientali;

  • i programmi alternativi (programmi SBS) che si rivelano sempre più funzionali in relazione all’ambiente mutato, diventano nel giro di poche generazioni permanenti;

  • questi cambiamenti portano ad una modificazione del DNA e ad un salto evolutivo.

La vita è quindi in costante cambiamento e evoluzione. E anche l’essere umano, come ogni altra specie vivente, non deve essere considerato né come stabile e immutabile, come sostengono i creazionisti, né come in lentissima evoluzione a seguito di “modificazioni casuali”, come sostengono i darwinisti. Esso è invece uno specifico “progetto”, in costante interazione con l’ambiente e in costante evoluzione, proprio come ogni altro progetto (tutte le altre specie viventi).

Consideriamo il verme d’acqua, la nostra struttura ancestrale. Esso era dotato di una “pelle” adatta alla vita marina, molto sottile, simile a quella dei pesci o delle meduse. Nel momento in cui cominciava ad uscire dall’acqua, nei suoi primi “tentativi”, il verme lasciava esposta all’aria solo una piccola porzione del suo corpo, per esempio la coda, o il ventre. In questo modo gran parte del corpo rimaneva protetta dall’acqua, mentre la parte esposta subiva sicuramente un conflitto di attacco. La risposta sensata del verme d’acqua al conflitto di attacco era un ispessimento della sua sottile membrana protettiva, ottenuto tramite proliferazione cellulare. In altre parole, in quella zona esposta si formava un tumore a crescita piatta. Se a quell’epoca evolutiva fossero esistiti i medici della grande scienza moderna, sicuramente avrebbero sentenziato che quell’esemplare di verme era malato. Se però avessero aspettato un numero sufficiente di generazioni, avrebbero notato prima di tutto che questi tumori non uccidevano affatto l’esemplare, che continuava a vivere come gli altri vermi. E secondariamente che questa “modificazione” si andava espandendo sempre più, sia diffondendosi tra sempre più esemplari, sia estendendosi come dimensione. A un certo punto avrebbe visto che quasi tutti i vermi d’acqua avevano questa nuova “corazza”, e che grazie ad esse si potevano allontanare sempre più dall’acqua. I figli dei vermi nascevano già con quella corazza, che è arrivata fino a noi: oggi la chiamiamo derma.

A livello genetico, finchè la presenza della corazza rimaneva un evento saltuario, essa non era integrata nel nostro DNA. Era invece un programma Speciale Biologico e Sensato dell’epoca. Il verme d’acqua aveva sicuramente i suoi microrganismi simbionti, attraverso i quali demoliva la corazza quando non serviva più, e restava solo un intralcio inutile nel movimento acqua. Questo meccanismo “genetico” si interseca perfettamente anche con i nostri microrganismi simbionti. Essi infatti, nella fase PCL del paleoencefalo, si occupano della demolizione delle cellule tumorali. Ma come possono riconoscere le cellule da attaccare (tumorali) da quelle da lasciar lì (cellule proprie dell’organo)? Presumibilmente, proprio grazie al diverso DNA presente nelle cellule tumorali. Le cellule della corazza, a questo stadio, erano infatti ancora “tumorali”, perchè avevano un DNA modificato rispetto alle altre cellule del verme.

Quando invece l’avventurarsi fuori dall’acqua è diventato la norma, le corazze ad un certo punto sono diventate parte del nostro patrimonio genetico. La prole a questo punto nasce già con il DNA modificato, che diventa la norma, e quindi svilupperà naturalmente la corazza durante la crescita. E’ questo il momento in cui, generalmente, diciamo che è avvenuto un “salto evolutivo”.

Parallelamente ad ogni nuova struttura che il nostro corpo ha integrato, si è sviluppato un ulteriore programma SBS di emergenza, relativo a tale nuova struttura. Il derma, per esempio, è diventata la struttura protettiva di base, ma ha sviluppato nello stesso tempo un suo “programma speciale”, che è presumibilmente (con poche variazioni) lo stesso che vediamo oggi nell’essere umano. Il percorso evolutivo attraverso i programmi speciali della natura, come si vede, a livello potenziale non finisce mai.

Osservando le cose in questo modo, dal punto di vista evolutivo, che cosa sono quindi i “tumori”? Si tratta di crescita o riduzione cellulare in un determinato organo, attraverso cellule con DNA modificato. Sono quindi, evidentemente, un tentativo di cambiamento, un tentativo di evoluzione, un tentativo di dare una risposta ad improvvisi e imprevisti eventi ambientali. Certo non tutti questi tentativi vengono poi integrati nell’individuo attraverso l’evoluzione, ma solo quelli che rispondono in modo più diffuso ed efficace a cambiamenti ambientali duraturi. Vediamo comunque che, anche in quest’ambito, Hamer ci offre una prospettiva del creato davvero coerente e affascinante.

In quest’ottica, per esempio, può trovare un completamento anche l’esempio classico delle giraffe proposto dai lamarckiani. La giraffa, evidentemente, per varie ragioni di equilibrio ambientale, ambiva a poter cibarsi delle foglie di alberi molto alti. E quindi viveva frequentemente conflitti del tipo”non posso arrivare all’ambito boccone di cibo perchè sono troppo bassa”. Questo conflitto, oltre ad una svalutazione muscolare, ha attivato probabilmente anche la funzione dell’ipofisi della giraffa, portando ad un incremento locale dell’ormone GH della crescita. Il collo della giraffa si è così ingrossato, e allungato, in modo da poter raggiungere l’ambito boccone vitale. Anche qui, se un medico avesse visitato la giraffa, le avrebbe diagnosticato con sicurezza una forma grave di elefantismo al collo. La giraffa è un perfetto esempio di deformità che, nella visione hameriana, diventa il suo esatto contrario, ovvero bellezza e funzionalità.

Anche l’uomo odierno, ovviamente, è un essere vivente in evoluzione, sempre in risposta ai continui mutamenti ambientali. Se osserviamo i cambiamenti nella società e nelle abitudini di vita avvenuti anche solo negli ultimi 100 anni, ci possiamo rendere conto delle continue sfide cui il “progetto uomo” è soggetto. Le nuove tecnologie, in special modo quelle informatiche, hanno per esempio portato nuove “richieste” per il nostro corpo. L’occhio, per esempio, non era affatto abituato a fissare per la maggior parte del tempo oggetti luminosi come i televisori e i vari monitors. Poteva guardare il fuoco ogni tanto, o il sole per qualche fugace istante, però per la stragrande maggioranza del tempo osservava oggetti illuminati, non luminosi. Pensate che il nostro corpo non si stia già adattando a questa nuova situazione ambientale? Pensate che la retina di un uomo di oggi sia esattamente uguale alla retina di un uomo di 100 anni fa?

Altro esempio: consideriamo l’utilizzo del mouse, strumento usato, per svago e lavoro, diverse ore al giorno da una grande quantità di persone. Pensiamo alla posizione del corpo e del braccio che dobbiamo mantenere, e ai movimenti estremamente piccoli di polso e mano che dobbiamo controllare. Il nostro corpo si adatta facilmente a queste nuove esigenze, a livello per esempio sia muscolare che nervoso. E questo adattamento, se le necessità ambientali permarranno (uso del mouse), diventerà presto integrato nel nostro DNA.

Pensiamo anche al significativo incremento dell’uso del dito pollice e del dito indice, necessari per comandare telefonini e smartphone. Ogni paragone che un ragazzino fa col compagno in relazione alla velocità e all’abilità nell’uso degli smartphone è una possibile fonte per piccoli conflitti di svalutazione, che alla fine del processo porteranno ad un miglioramento funzionale. E un po’ lo stesso principio alla base degli allenamenti muscolari. Se poi un incremento funzionale si rivela utile per la sopravvivenza dell’individuo e della specie, allora verrà mantenuto. Se continuerà quest’era degli smartphone, quindi, dovremo aspettarci generazioni sempre più abili nell’uso di pollice e indice. E anche, presumibilmente, generazioni sempre meno efficienti in altre prestazioni muscolari, come il sollevare pesi.

Di esempi se ne potrebbero fare ancora tanti, ma credo si sia compreso il punto che volevo sottolineare. Ogni descrizione che tentiamo di fare di un essere vivente, quale è l’uomo, non può che essere un’istantanea di una situazione in perenne mutamento. E la “normalità”, concetto centrale per quasi tutti i terapeuti, non è altro che un dato statistico, una media, una astrazione che porta all’immobilismo, mentre la vita è invece in perenne movimento. Questa ipotetica “normalità” dell’essere umano viene oggi abbinata al concetto di salute solo perchè non si sono compresi i mutamenti che possono avvenire nel nostro corpo. Si è pensato che le malattie e ogni possibile alterazione rispetto alla “normalità” fossero errori di natura, da temere e da correggere al più presto, pena il degrado e la morte. Grazie ad Hamer possiamo invece vederli per quello che sono: programmi SBS, risposte sensate a situazioni impreviste, nuove opportunità evolutive.

1Charles Robert Darwin (1809 – 1882) è stato un biologo e naturalista britannico. Ha sintetizzato le sue teorie sull’evoluzione nella sua opera principale, “L’origine delle specie”, pubblicata nel 1859.

2Jean-Baptiste Lamarck (1722 – 1829), è stato un naturalista e botanico francese. Fu il primo ad introdurre il termine “biologia”, ed elaborò la prima teoria dell’evoluzione degli organismi viventi.

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